Ci sono musiche che non passano.
Non si lasciano ascoltare e basta.
Si posano addosso come un velo leggero, oppure restano nascoste, ma pronte a emergere alla prima crepa emotiva.
Non importa quante volte le abbiamo già sentite: quando arrivano, lo fanno sempre in modo nuovo.
Perché siamo noi, ogni volta, a essere un po’ cambiati.
Alcune canzoni diventano pelle.
Ti accompagnano nei gesti quotidiani, si infilano nei silenzi e li scaldano. Come “The Wind” di Cat Stevens — che non ha bisogno di fare rumore per toccarti. È come un respiro tra i capelli in un pomeriggio d’inverno.
Altre si trasformano in respiro.
Ti fanno rallentare, chiudere gli occhi, ascoltare. Come “Your Hand in Mine” degli Explosions in the Sky: non servono parole, bastano le note che si susseguono come passi leggeri su un sentiero interiore.
Poi ci sono i brani che diventano stato d’animo.
Non li scegli: ti abitano.
“La noyée” di Yann Tiersen, ad esempio, non la ascolto quando sono malinconica. Divento malinconica ascoltandola. È come aprire una porta dentro una stanza che conosco, ma che ogni volta ha un dettaglio diverso.
E c’è anche la musica che accompagna i momenti di trasformazione.
Che non ti consola, ma ti tiene la mano.
Per me, “El hadra” di Fadhel Jaziri & Ensemble du chant sacré tunisien è stata questo: una presenza. Non la capivo del tutto, ma la sentivo necessaria. E questo bastava.
La musica, quando funziona davvero, non è solo colonna sonora.
È corpo. È memoria. È quel luogo sicuro dove tornare o da cui partire.
Spesso è più vera delle parole, perché sa dove posarsi senza chiedere spiegazioni.
E a volte, in mezzo a tutto il suono,
ciò che ci salva è una pausa.


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