Le mani parlano.
Anche quando restano ferme.
Anche quando non ce ne accorgiamo.
Dicono chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo vissuto.
Ogni gesto porta con sé una traccia: un ricordo, un’emozione, una sfumatura che nessuna parola riesce a tradurre davvero.
Nella danza – soprattutto nella danza orientale – le mani non sono solo “decorazione”.
Sono voce.
Sono antenne, prolungamenti del cuore, strumenti simbolici.
Le dita che si aprono e si chiudono non imitano. Raccontano.
Come piccole onde che partono da dentro e si lasciano attraversare dal respiro.
Le mani, quando sono consapevoli, non seguono il corpo: lo anticipano.
Non eseguono: traducono.
E lo fanno con una grazia antica, un’intelligenza sottile che ci collega a qualcosa di profondo, al di là del gesto stesso.
Ogni cultura ha i suoi simboli, i suoi mudra, i suoi modi di dire “ti vedo”, “ti accolgo”, “sto ascoltando” attraverso le mani.
Ma ancor prima dei codici, viene il sentire.
Perché le mani parlano soprattutto quando sono sincere.
Le mani rigide, trattenute, chiuse, raccontano di paura.
Le mani che tremano raccontano di emozione.
Le mani morbide, che fluiscono nello spazio, raccontano fiducia.
In un mondo che ci spinge verso l’efficienza e la rapidità, riscoprire l’espressività delle mani è un atto delicato di resistenza.
Un modo per tornare al gesto lento, pieno, vissuto.
Per abitare il corpo con più presenza, e per comunicare senza bisogno di parole.
Prova a muovere le mani senza scopo.
Solo per ascoltarle.
Come se stessero scrivendo nell’aria una storia che conoscono solo loro.
Una storia fatta di silenzi, di immagini interiori, di emozioni dimenticate.
Perché sì, le mani raccontano.
E quando iniziamo ad ascoltarle davvero, raccontano anche noi.
Chiudi gli occhi per qualche istante, lasciale muovere liberamente.
Guarda che forma prende la tua storia, quando smetti di controllarla.


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