francesca mentre danza nella scuola di danza

I momenti in cui ho capito che danzare cambia la vita

Piccoli strappi nella pelle dell’abitudine, in cui il corpo ha detto “sono viva”

Non è successo tutto in un giorno.
Non c’è stato un momento teatrale, da film, in cui ho esclamato: “Ora la mia vita è cambiata!”
È successo a ondate leggere, a scosse improvvise, a sospiri profondi.
In momenti che, dall’esterno, potevano sembrare normali.
Ma che, dentro, hanno segnato un prima e un dopo.
Oggi te ne racconto alcuni.
Forse, in controluce, assomigliano anche ai tuoi.

Quel giorno che tutto era troppo, e ho scelto di muovermi lo stesso

Era una giornata stanca. Non ne avevo voglia. Avevo litigato. Mi sentivo piena.
Mi sono chiusa in sala, quasi per dovere.
Poi ho iniziato a muovere le mani, a farle ondeggiare piano, senza una direzione.
Il resto del corpo ha seguito.
Non ho risolto nulla. Ma ho smesso di trattenere.
Ho capito che danzare non serve a sentirsi meglio. Serve a sentirsi. E questo, a volte, è già guarigione.

Quella volta che ho visto una donna ritrovarsi

Era un laboratorio. Una delle partecipanti si muoveva a fatica. Timida, contratta, quasi invisibile.
Lentamente, giorno dopo giorno, ha iniziato a lasciarsi guardare.
Un gesto, un sorriso, un piede nudo che trovava il suo posto.
Alla fine del percorso, ha detto solo: “Ora mi riconosco.”
Lì ho capito che la danza non insegna passi. Restituisce parti di sé.

Quella volta che ho pianto guardandomi allo specchio

Non per tristezza.
Perché, per un istante, mi sono vista. Davvero.
Senza giudizio, senza trucco, senza correzioni.
E il mio corpo non mi è sembrato “da aggiustare”, ma da abitare.
Un corpo vivo. Un corpo che sa. Un corpo che racconta.
Quel giorno, la danza è stata accoglienza.

Quel momento sul palco in cui tutto ha taciuto

Non sentivo il pubblico. Non sentivo la musica. Solo il gesto.
Un gesto che conoscevo a memoria, eppure sembrava nuovo.
Era come se fossi io, ma anche qualcos’altro: una storia che mi attraversava.
Lì ho capito che danzare è essere mezzo, non centro.
È lasciare che qualcosa passi attraverso di te, e prenda forma.

Quel giorno in cui ho pensato: “Questa è casa”

Non era un teatro. Né una sala.
Ero nel mio soggiorno, scalza, con una musica in cuffia.
Mi sono mossa lentamente. Nessuno guardava.
Eppure, ogni gesto mi faceva sentire più intera.
Ho capito che non serve il pubblico, né il palco.
La danza è casa. Ovunque tu scelga di ascoltarti.

C’è un momento in cui hai capito che danzare stava cambiando qualcosa?
Un respiro, un tremore, una luce diversa?

Se ti va, scrivimelo.
Perché condividere questi momenti è già danza che continua.

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