Un episodio personale, intimo, potente. Per raccontare cosa accade quando lasciamo cadere lo sguardo critico e ci affidiamo al sentire
Non so dire esattamente cosa sia successo prima.
So solo che quel giorno il corpo ha preso il sopravvento sulla mente.
E io — per la prima volta — non l’ho fermato.
Non c’era nessuno sguardo da evitare.
Nessuno specchio da temere.
Nessun “sto facendo bene?” a interrompere il flusso.
C’era solo un respiro profondo.
Una musica che si è infilata nelle ossa.
E una me che non chiedeva più il permesso.
La stanza era sempre la stessa
Un tappeto chiaro.
La luce morbida del pomeriggio.
Le altre persone intorno, concentrate sulle proprie sensazioni.
Eppure qualcosa, quel giorno, era diverso.
Forse ero stanca di trattenermi.
Di aggiustare ogni gesto, ogni linea, ogni espressione.
Forse ero solo stanca di rimandare l’appuntamento con la mia verità.
Il momento in cui ho capito
È stato quando ho sentito il bacino muoversi da solo.
Non con l’intenzione di essere elegante, o “giusto”.
Ma con il desiderio istintivo di sentire, sentire davvero.
Ho chiuso gli occhi.
Il cuore batteva forte, ma non per paura.
Era un battito vivo. Libero. Finalmente non sotto controllo.
Non danzavo per nessuno.
Neanche per me.
Danzavo con me.
La vergogna si era dileguata
Quella voce che di solito sussurra “non sei capace”, “non sei adatta”,
quel freno sottile che tende i muscoli e irrigidisce la presenza —
quel giorno era silenziosa.
E nel suo silenzio,
ho scoperto uno spazio vasto.
Ho capito che la vergogna è come un nodo al centro del petto.
Ma quando lo attraversi, non torni più indietro uguale.
Perché l’hai guardato in faccia, e non ti ha fatto a pezzi.
Ti ha liberata.
Da allora, non sempre ci riesco
A volte il giudizio torna.
A volte la testa riprende il timone.
Ma ho imparato a riconoscere la soglia.
E a varcarla, un po’ alla volta.
So che la libertà non è uno stato permanente.
È una scelta quotidiana.
Ma ora so com’è.
E non voglio dimenticarlo.
Quel giorno, la danza è diventata casa
Non un esercizio da perfezionare.
Non un ruolo da interpretare.
Ma un ritorno al mio corpo. Alla mia storia. Alla mia pelle.
Quel giorno ho danzato senza vergogna.
E qualcosa, dentro, si è sistemato.
Come un abbraccio a una parte di me che era rimasta in disparte troppo a lungo.


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