Non c’è bisogno di un pubblico. Basta un respiro, un’intenzione, un movimento. La danza può diventare una preghiera silenziosa che connette corpo, cuore e spirito
Ci sono danze che non si mostrano.
Danze che non cercano l’applauso, né l’approvazione.
Si svolgono in silenzio, in una stanza vuota,
o sotto un albero, con i piedi nudi sulla terra.
Sono offerte invisibili.
Gesti che diventano preghiere.
Non importa quale sia il tuo credo.
La danza sacra non appartiene a una religione.
È un atto di presenza, di ascolto, di comunione.
È l’anima che si allunga verso il cielo… passando dal corpo.
Un’intenzione che guida il gesto
Non serve una coreografia.
Basta un’intenzione chiara: chiedere, offrire, ringraziare, trasformare.
Può essere il desiderio di guarire.
O di lasciare andare ciò che appesantisce.
Può essere una gratitudine che si espande,
un dolore che cerca voce,
una speranza che prende forma.
Ogni gesto parte da lì.
Dal centro.
Dalla verità che abita in te, in quel momento preciso.
Quando il corpo diventa tempio
Spesso pensiamo al corpo come a un mezzo.
Qualcosa da allenare, da migliorare, da usare.
Ma quando danzi come preghiera,
il corpo non è più strumento: è altare.
Ogni appoggio del piede diventa radicamento.
Ogni movimento del braccio diventa invocazione.
Ogni oscillazione del bacino diventa ciclo vitale.
La colonna vertebrale si fa antenna.
E il respiro, incenso invisibile che sale.
Il silenzio diventa musica
Nella danza preghiera, a volte la musica c’è.
Altre volte no.
Perché la vera musica è dentro:
è il ritmo del cuore, il fluire del sangue,
il battito sottile dell’intenzione che pulsa.
Non è necessario seguire un ritmo esterno.
Ci si muove al tempo dell’anima,
che conosce pause, sospensioni, slanci, attese.
Che non ha fretta, ma presenza.
Un dialogo che non ha parole
Pregare danzando non significa “fare qualcosa di speciale”.
Significa essere, in modo speciale.
Essere consapevole.
Essere intera.
Essere connessa a ciò che senti e a ciò che ti trascende.
Ogni volta è diverso.
A volte è preghiera silenziosa.
Altre è supplica, altre ancora è benedizione.
Ma sempre è verità. E, nella verità, sacralità.
Piccoli rituali quotidiani
Non servono ore, né grandi spazi.
A volte bastano tre minuti, a occhi chiusi.
Un gesto ripetuto con consapevolezza.
Una musica che ti commuove.
Un respiro che accompagna un movimento lento.
Puoi danzare al mattino, per aprire il giorno.
O la sera, per chiuderlo.
Puoi danzare una domanda. O un grazie.
Non ci sono regole, solo ascolto.
Quando la danza diventa ponte
Tra il visibile e l’invisibile.
Tra ciò che sai e ciò che ancora stai cercando.
Tra la tua storia e la tua essenza più profonda.
La danza come preghiera è un atto d’amore.
È la forma che prende il tuo sentire quando le parole non bastano.
È il modo più antico e universale che conosciamo per dire:
“Sono qui. Ascolto. Offro. Ricevo.”


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