Ci sono parole che restano sulla pelle. Non serve pronunciarle ad alta voce: basta sentirle risuonare dentro per accorgersi che hanno un peso, una temperatura, un ritmo tutto loro. Alcune parole si muovono come l’acqua, altre come il vento, altre ancora radicano in profondità. Danzarle significa restituire al linguaggio il corpo che ha perduto.
Prova a scegliere una parola al giorno. Non importa quale: “radice”, “respiro”, “soglia”, “onda”, “attesa”, “luce”. Lascia che ti chiami, che ti incuriosisca, che apra una sensazione. Poi ascoltala, come se fosse una musica segreta. Qual è la sua consistenza? È leggera o densa, ampia o raccolta? Ti spinge verso l’alto o ti invita a scendere dentro?
Ora chiudi gli occhi e danzala. Non pensarla, non tradurla. Lasciala farsi movimento, lasciati attraversare. Se la parola è “radice”, lascia che i piedi si ancorino alla terra. Se è “onda”, segui la fluidità del respiro. Se è “soglia”, resta nel momento in cui il passo non è ancora compiuto. La parola diventa gesto, e il gesto diventa significato.
Questo piccolo rituale è un gioco creativo e sensoriale che unisce linguaggio e corpo, pensiero e presenza. Ci ricorda che le parole non sono solo suoni o concetti: sono forme vive, che possono essere abitate. Quando le danzi, non le spieghi — le attraversi. Ed è in quell’attraversamento che avviene qualcosa di sottile: la mente si quieta, il corpo parla, e tu impari una lingua più antica, quella del sentire.
Puoi farlo ogni mattina o in un momento di pausa, anche solo per pochi minuti. Scrivi la parola su un foglio, guardala, poi lascia che il corpo la interpreti. Non cercare coerenza o bellezza: cerca verità e presenza. La danza che ne nasce sarà unica, perché nasce dal tuo modo di percepire il mondo.
Alla fine, rimani in ascolto del silenzio. Forse la parola avrà cambiato forma, o forse sarai tu a essere cambiata insieme a lei.
Perché danzare una parola significa dare movimento al pensiero — e quando il pensiero si muove, tutto il resto comincia a respirare.


Lascia un commento