L’equilibrio come forma di ascolto interiore
C’è un punto, nel corpo, che tutto tiene insieme. Non è visibile, ma si sente: una zona di calma al centro del movimento, una radice che sostiene anche quando tutto intorno oscilla. Lo chiamiamo equilibrio, ma in realtà non è mai statico. È una danza silenziosa, una continua micro-oscillazione tra terra e cielo.
Ogni gesto nasce da lì, da quel baricentro profondo dove forza e morbidezza si incontrano. Quando il corpo lo ritrova, la postura cambia: non c’è sforzo, ma presenza; non rigidità, ma fiducia. È come se un filo invisibile ci collegasse al suolo e allo stesso tempo ci sollevasse, ricordandoci che possiamo stare in piedi senza trattenere, muoverci senza cadere.
Spesso pensiamo all’equilibrio come a un traguardo da raggiungere, una posizione da mantenere. Ma l’equilibrio vero è ascolto: la capacità di percepire ogni piccolo spostamento e di rispondere con sensibilità. È la vita stessa che si muove attraverso di noi, e noi che impariamo a seguirla, adattando il nostro asse al suo respiro.
Nella danza, l’equilibrio non è una condizione fissa, ma un dialogo continuo. Ogni passo, ogni oscillazione del bacino, ogni movimento del busto partecipa a questo scambio. Anche l’instabilità ha un suo linguaggio: insegna la fiducia, il lasciarsi correggere senza giudizio, l’accettare il movimento come parte della stabilità.
Quando il corpo trova il proprio centro, anche la mente si quieta.
La concentrazione diventa ascolto, la presenza si radica nel momento.
Allora danzare non è più controllare il corpo, ma accompagnarlo nel suo naturale dondolio.
Si diventa parte di una geometria viva: piedi che parlano con la terra, colonna che respira, cuore che si solleva.
L’equilibrio, in fondo, non è che un modo per ricordarsi dove siamo:
tra il peso e la leggerezza, tra ciò che ci ancora e ciò che ci solleva.
Nel punto esatto in cui il corpo si fa anima.


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