Il giorno in cui ho ascoltato la timidezza senza forzarla
C’erano giorni, all’inizio, in cui la danza non arrivava. Nonostante la musica, la sala pronta, il tempo a disposizione. Giorni in cui il corpo sembrava un guscio vuoto, incapace di rispondere. E io, abituata a cercare fluidità, restavo ferma, a metà tra frustrazione e resa.
Ricordo in particolare una sera d’inverno. La luce era fredda, il parquet lucidato da poco. Mi ero promessa di provare una nuova sequenza, ma appena ho appoggiato i piedi a terra ho sentito una chiusura sottile, quasi impercettibile, come una barriera invisibile che mi tratteneva. Il corpo non voleva. Non per stanchezza, ma per pudore. C’era qualcosa che non si voleva mostrare, e io ho sentito chiaramente che forzarlo sarebbe stato come tradire una confidenza.
Ho provato comunque: un passo, poi un altro, un tentativo di spostare il peso. Tutto suonava falso, distante. La musica mi scivolava addosso senza entrare. Allora mi sono fermata. Ho spento lo stereo e mi sono seduta sul pavimento, le gambe incrociate, il respiro corto.
Era strano accettare quel silenzio, in una sala che di solito vive di suoni e di movimento. Ma più restavo ferma, più capivo che anche quella era una forma di danza: minuscola, invisibile, interiore.
Ho chiuso gli occhi e ho ascoltato. Non la musica, ma il rumore sommesso del corpo che si arrendeva: il battito del cuore, il ritmo lento del respiro, il fruscio dei vestiti. Ho sentito la stanchezza depositarsi piano, e sotto di essa qualcosa di più sottile — la timidezza. Quella che arriva quando chiedi troppo a te stessa, o quando temi di non avere più niente di nuovo da dire con il corpo.
In quel momento ho capito che la danza non si misura nel numero dei movimenti, ma nella verità del gesto. E la verità di quella sera era la quiete. Nessuna energia esplosiva, nessuna grazia: solo il bisogno di essere accolta.
Così ho deciso di restare ferma, di danzare dentro. Ho lasciato che il respiro diventasse il mio ritmo, che la schiena trovasse lentamente il contatto col pavimento. Ogni muscolo si rilassava un po’, come se dicesse: “Grazie per avermi ascoltato.”
Non era rinuncia, ma rispetto.
Mi sono resa conto di quanto, negli anni, avessi spesso spinto il corpo oltre la sua voce: per dovere, per disciplina, per abitudine. Ma quella sera, in quella pausa forzata, ho sentito nascere qualcosa di nuovo. Una dolcezza che non avevo mai concesso al mio movimento.
Quando alla fine ho riaperto gli occhi, la sala era cambiata. Non perché si fosse mossa — ero io ad averla vista con altri occhi. La luce sembrava più calda, e il silenzio non mi faceva più paura. Ho accennato un gesto con le mani, un piccolo cerchio nell’aria. Il corpo, finalmente, ha risposto. Poco, ma vero.
Da allora non cerco più di danzare ogni volta. Alcuni giorni mi limito ad ascoltare. E ho scoperto che anche il silenzio ha un ritmo, che anche l’immobilità contiene movimento.
C’è una parte della danza che nasce dal fare, e un’altra, più segreta, che nasce dal saper aspettare.
Oggi so che i corpi non mentono mai. Quando si chiudono, non è disamore, è protezione. Quando tacciono, non è assenza, è linguaggio in pausa.
E se impari a rispettare quei momenti, la danza torna da sola — più sincera, più tua.


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