Francesca danza con un tamburo per la danza del ventre

Quando ho capito che potevo danzare anche senza essere “perfetta”

Dal giudizio allo spazio per imparare: il giorno in cui ho iniziato a perdonare i miei passi

Per molto tempo ho creduto che la danza fosse una prova.
Non un luogo, non un linguaggio, ma un esame continuo. Ogni passo era una verifica silenziosa, ogni errore una colpa da correggere in fretta. Anche quando danzavo da sola, c’era sempre uno sguardo immaginario a valutarmi, a misurare quanto fossi all’altezza di un’idea che non avevo mai davvero messo in discussione.

Ricordo con chiarezza un giorno in particolare. La sala era luminosa, lo specchio occupava tutta una parete, e io mi osservavo muovere con attenzione eccessiva. Ogni gesto veniva subito confrontato con un modello ideale: più pulito, più elegante, più “giusto”. Il corpo faceva, la mente giudicava. In quel dialogo impari, perdevo qualcosa ogni volta. Non la tecnica, ma il piacere.

A un certo punto mi sono fermata. Non per stanchezza fisica, ma per una sensazione più profonda: ero stanca di non bastarmi mai. Stanca di danzare come se qualcuno dovesse darmi un voto. Stanca di sentire che, nonostante gli anni, l’impegno, lo studio, c’era sempre un “non ancora” che mi inseguiva.

In quel momento ho visto chiaramente una cosa semplice e scomoda: non stavo imparando, stavo difendendomi. Cercavo la perfezione per non sentirmi inadeguata. Ma la danza, così, aveva smesso di essere un’esperienza viva. Era diventata un campo minato.

Ho fatto una cosa che prima mi sarebbe sembrata impensabile: ho abbassato le aspettative. Ho scelto una musica che mi piaceva davvero, non quella “giusta”. Ho iniziato a muovermi senza contare, senza correggere subito. Ho lasciato che i passi fossero quello che erano: imperfetti, a volte confusi, ma miei.

All’inizio è stato difficile. La voce del giudizio non sparisce di colpo. Dice: così non vapotresti fare meglionon è abbastanza. Ma io, per la prima volta, non le ho dato tutto il potere. Ho continuato a muovermi anche con quella voce accanto. E qualcosa, lentamente, si è allentato.

Ho sentito il corpo respirare di più.
Ho sentito il piacere tornare, timido ma reale.
Ho sentito che stavo imparando davvero, perché avevo smesso di punirmi per ogni passo sbagliato.

In quel momento ho capito che la perfezione non mi aveva mai insegnato nulla. Mi aveva solo tenuta in tensione. È stato il perdono, invece, ad aprire spazio. Perdonare un equilibrio perso, una coordinazione incerta, una giornata no. Perdonare il corpo per non essere sempre come “dovrebbe”.

Da allora la danza è cambiata. Non è diventata più facile, ma più vera. Ho continuato a studiare, a correggermi, a crescere, ma senza trasformare ogni errore in una prova della mia insufficienza. Ho imparato che si può essere rigorose senza essere dure. Che si può migliorare senza umiliarsi.

Se oggi guardo una persona che esita, che si sente fuori posto, che pensa di non essere “portata”, riconosco quello sguardo. È lo stesso che avevo io. E vorrei dirle una cosa semplice: non devi essere perfetta per danzare. Devi solo restare.

Restare nel corpo che hai.
Nel passo che oggi riesce.
Nell’esperienza, non nel giudizio.

Il giorno in cui ho smesso di inseguire un ideale irraggiungibile, la danza è tornata a essere ciò che era sempre stata: un luogo in cui imparare, non un tribunale.


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