francesca danza guardando a destra

Lo sguardo degli altri (o l’assenza di sguardi)

L’istante in cui realizzi che non stai più trattenendo nulla: non c’è palco, ma un terreno vero, concreto.”

Non ricordo il momento esatto in cui ho smesso di preoccuparmi. Forse è accaduto mentre le braccia si aprivano e l’aria diventava più densa intorno a me. Forse quando ho capito che il pavimento non era un limite, ma un appoggio. Mi muovevo e non cercavo approvazione. Non c’erano luci, né specchi, né quella tensione invisibile che accompagna i gesti quando sai di essere osservata. Solo il mio respiro che si intrecciava con il silenzio del luogo.

A un certo punto ho sentito che qualcuno passava dietro di me. Non ho visto chi fosse, ma ho percepito il cambio dell’aria, il rumore breve dei passi, la curiosità sospesa. Eppure, stranamente, non mi sono fermata. Mi aspettavo l’imbarazzo, l’istinto di giustificarmi — “stavo solo stiracchiandomi”, avrei potuto dire — ma non arrivò. C’era qualcosa di più forte di quella voce interiore che di solito mi trattiene.

Ho continuato a muovermi come se lo sguardo dell’altro fosse una finestra aperta, non un giudizio. Forse c’era davvero qualcuno, forse no. In quel momento, però, la presenza o l’assenza non contavano. Per la prima volta dopo tanto tempo, il mio corpo non stava recitando. Non stava cercando di essere elegante, né corretto. Era solo vero.

Ogni movimento scaturiva da un impulso semplice: respirare, occupare spazio, esistere. Non avevo la sensazione di “fare” qualcosa, ma di essere fatta di quella danza, come se le cellule stesse avessero preso una decisione autonoma. Il pavimento sotto i piedi era ruvido, polveroso; il contatto con la terra mi restituiva un senso di realtà. Era quello, forse, il palcoscenico più autentico che avessi mai avuto.

Per un attimo ho intravisto la mia ombra allungarsi sul muro, una sagoma che danzava con me. Era imperfetta, ma sincera. In lei non c’era grazia, solo presenza. E quella presenza bastava.

Quando il corpo si è placato, ho alzato lo sguardo. La porta era chiusa, la piazza vuota, il corridoio silenzioso — non ricordo più dove fossi, solo che non c’era nessuno. Eppure avevo la sensazione di essere stata vista, non da occhi esterni, ma da una parte di me che da tempo aspettava quel momento per tornare a vivere.

Non era stato necessario un pubblico. Né un applauso. Il terreno vero era lì, sotto i piedi, e per la prima volta non avevo paura di appartenergli.

Comments

2 risposte a “Lo sguardo degli altri (o l’assenza di sguardi)”

  1. Avatar Le perle di R.

    Una forza superiore che attraverso un “ritaglio” imprevisto riporta al centro, al sé

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    1. Avatar Francesca

      Grazie Rita! Hai colto l’essenza 🪴

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