Racconto di libertà
Non avevo intenzione di danzare, quel giorno. Stavo solo camminando, con il passo distratto di chi pensa ad altro, e mi sono ritrovata in quella piccola piazza di periferia, deserta, spazzata da un vento leggero che muoveva i rami degli alberi come fossero braccia. Avevo appena chiuso una porta, una di quelle che non si riaprono più, e dentro di me si alternavano silenzi e nodi. Non cercavo musica, né spazio. Cercavo aria.
Avevo le cuffie al collo, ma non le usavo. Il rumore dei miei passi bastava: un ritmo, seppur irregolare, c’era già. Mi sono fermata sotto la luce del tardo pomeriggio, di quel colore che non è più giorno e non è ancora sera. E qualcosa, in quell’attimo sospeso, ha cominciato a muoversi dentro di me. Un piccolo impulso, un desiderio di lasciar scorrere il corpo. L’ho ignorato per un momento — “non qui”, mi sono detta — ma più cercavo di fermarlo, più saliva. Non c’era logica. Solo urgenza.
Così ho lasciato andare.
Prima una spalla, poi il busto, poi il respiro. Nessuno sguardo intorno, nessuna musica che giustificasse quel gesto. Il corpo ha preso possesso dello spazio come se lo riconoscesse, come se fosse sempre stato suo. E io, che fino a un minuto prima mi sentivo smarrita, ho ritrovato una direzione senza doverla cercare. Era come danzare in una stanza invisibile, costruita da me, nel mezzo della realtà.
Ho sentito l’asfalto sotto i piedi nudi, il fruscio dei miei vestiti, il respiro che finalmente non si vergognava di essere rumoroso. La gente passava oltre, qualcuno si è voltato, qualcuno ha sorriso. Ma io non stavo cercando approvazione. Stavo solo restituendo al mio corpo un linguaggio che avevo smesso di parlare da troppo tempo.
Non durò più di due minuti, forse tre. Ma in quell’istante ho sentito che le regole dello spazio — e forse anche quelle della mia vita — si stavano piegando, diventando più morbide, più umane. Il confine tra dentro e fuori si è dissolto, e il mondo, per la prima volta dopo tanto tempo, mi ha lasciata danzare senza chiedermi permesso.
Quando mi sono fermata, il cuore mi batteva forte e le lacrime mi pungevano gli occhi, ma non di tristezza. Era una gioia timida, come un animale che torna nel suo habitat. Mi sono seduta sul muretto, ho respirato a fondo e mi sono accorta che quella piazza — anonima, senza musica, senza palcoscenico — era diventata il mio tempio provvisorio. Nessuno lo sapeva, ma io sì: lì avevo ritrovato la mia libertà.
Da allora, ogni volta che entro in uno spazio “sbagliato” — un corridoio, un parcheggio, un angolo di cucina — sento quella stessa corrente passarmi addosso. Non sempre mi lascio andare, ma so che potrei. E sapere di poterlo fare è già una forma di libertà.


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