Quando una domanda semplice ha messo in discussione tutto, e ho scoperto cosa significa davvero essere competente
C’è stato un momento preciso in cui ho sentito il terreno spostarsi sotto i piedi. Non era un palco, non era un evento importante. Era una lezione come tante, in una sala che conoscevo bene, con un gruppo affiatato. Eppure, in pochi secondi, mi sono sentita improvvisamente piccola.
Stavamo lavorando su una variazione tecnica, un passaggio non complesso ma sottile. Una delle allieve, preparata, attenta, curiosa, ha alzato la mano e mi ha fatto una domanda molto precisa. Non era provocatoria. Non era polemica. Era tecnica, pulita, legittima.
E io, per un istante, non ho saputo rispondere con la sicurezza che mi aspettavo da me stessa.
Ho sentito il calore salire al viso.
Una voce interna, rapidissima, ha sussurrato: Ecco. Non sei abbastanza preparata. Ti scopriranno. Capiranno che non sei all’altezza.
È incredibile quanto velocemente la mente sappia costruire un processo intero partendo da una micro-incrinatura. In quel momento non ero più un’insegnante con anni di studio e pratica. Ero una bambina che teme di essere interrogata senza aver studiato.
Ho guadagnato qualche secondo chiedendo di rivedere insieme il movimento. Ho osservato. Ho sentito il corpo. E dentro, però, la tensione cresceva. Non era la difficoltà tecnica a spaventarmi. Era l’idea di non poter sbagliare.
Per molto tempo avevo confuso la competenza con l’infallibilità. Pensavo che guidare significasse avere sempre una risposta pronta, una spiegazione definitiva, una certezza stabile. In realtà stavo portando nella sala un ideale irrealistico, lo stesso che per anni avevo imposto a me stessa come danzatrice: essere impeccabile.
Ho fatto una cosa che tempo prima non avrei fatto.
Ho detto: “Bella domanda. Non voglio risponderti in modo automatico. Rivediamolo insieme.”
È stato un momento minuscolo e enorme insieme. Non ho perso autorevolezza. Non si è aperta nessuna crepa irreparabile. Al contrario, ho visto l’attenzione del gruppo farsi più viva. Stavamo cercando insieme, non dimostrando qualcosa.
In quel processo ho trovato la risposta. Non perfetta, non accademica, ma vera. Una risposta che nasceva dall’esperienza, non dalla paura di sembrare competente.
A fine lezione, mentre sistemavo la sala, ho ripensato a quel passaggio. Mi sono resa conto che il disagio non veniva dalla domanda. Veniva dall’idea che avevo del mio ruolo. Avevo costruito un’immagine di insegnante che non ammette esitazioni. Ma quella rigidità mi stava isolando.
Essere competente non significa sapere tutto.
Significa sapere dove cercare.
Significa restare presenti anche quando non si ha una risposta immediata.
Significa non trasformare ogni dubbio in una minaccia.
Quella sera ho capito che l’autenticità crea più fiducia della perfezione. Che mostrarsi in ricerca non indebolisce, ma umanizza. E che la vera autorevolezza non è distanza, ma solidità interiore.
Da allora, quando una domanda mi spiazza, non la vivo più come un esame. La vivo come un dialogo. Ho smesso di temere di essere “scoperta”, perché non c’è nulla da nascondere. Studio, mi preparo, continuo a crescere. Ma non mi chiedo più di essere impeccabile.
Quel giorno non ho perso credibilità.
Ho perso un’illusione.
E al suo posto è rimasta una competenza più matura: quella che sa di non essere finita.


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