Menopausa, energia diversa, nuovi ritmi e imparare a non tradirsi
C’è stato un tempo in cui davo molte cose per scontate. L’energia, prima di tutto. La possibilità di affrontare una lezione, una giornata di lavoro, una serata, e sentire che il corpo avrebbe comunque risposto. Magari con fatica, certo, ma avrebbe risposto. Non mi fermavo troppo a chiedergli come stesse. Pretendevo, organizzavo, andavo avanti. Poi qualcosa è cambiato.
Non è successo in un giorno preciso, né con una scena chiara da ricordare. È arrivato lentamente, come accadono i cambiamenti più profondi. Un sonno diverso. Un recupero più lento. Una stanchezza che non spariva con una notte di riposo. Il corpo che tratteneva di più, che si infiammava più facilmente, che chiedeva tempi diversi. E insieme a tutto questo, una sensazione nuova: quella di non riconoscermi completamente nei miei ritmi di sempre.
All’inizio ho fatto quello che fanno in molte. Ho cercato di ignorarlo.
Continuavo a chiedermi le stesse cose di prima, con lo stesso metro, con la stessa rigidità. Se una lezione mi pesava di più, pensavo di essere poco allenata. Se un movimento risultava meno fluido, pensavo di essermi trascurata. Se il corpo cambiava forma, cercavo subito una spiegazione da correggere. Era difficile accettare che non si trattasse di una mancanza di volontà, ma di una trasformazione reale.
La verità è che mi stavo parlando con durezza. Come se il mio corpo mi stesse deludendo.
Ricordo una lezione in particolare. Non c’era niente di eccezionale nel lavoro che stavamo facendo, eppure io mi sentivo svuotata. Le gambe meno reattive, il fiato più corto, la lucidità che andava e veniva. Continuavo a muovermi, ma con una parte di me impegnata a combattere contro ciò che sentivo. Il pensiero era sempre lo stesso: non dovrei essere così.
A un certo punto mi sono fermata. Non teatralmente. Semplicemente mi sono fermata davvero, dentro. Ho capito che il problema non era il corpo che cambiava. Era il mio tentativo ostinato di costringerlo a restare quello di prima.
Quella consapevolezza non è stata subito liberatoria. Prima è stata dolorosa. Perché accorgersi di non avere più la stessa energia, la stessa forza, la stessa velocità, tocca un punto profondo. Non riguarda solo la danza. Riguarda l’identità. Il modo in cui ti pensi. Il patto silenzioso che avevi stretto con te stessa e che ora va riscritto.
Per un po’ ho avuto paura che adattarmi significasse arrendermi. Che cambiare ritmo fosse una sconfitta. Che ascoltarmi troppo volesse dire diventare meno forte. Poi ho capito che il vero tradimento sarebbe stato un altro: continuare a non ascoltarmi.
Così ho cominciato a osservare meglio. A distinguere i giorni. A capire quando potevo spingere e quando no. A non vivere ogni calo di energia come un fallimento morale. Ho cambiato il modo di prepararmi, il modo di recuperare, perfino il modo di stare in sala. Ho iniziato a dare più valore al radicamento, alla qualità del gesto, alla presenza, invece di misurarmi solo sulla resistenza o sulla brillantezza.
La danza, in questo, mi ha aiutata moltissimo. Perché mi ha obbligata a restare onesta.
Un corpo che danza non può fingere a lungo. Se sei stanca, si vede. Se sei contratta, si sente. Se stai forzando, prima o poi emerge. Ma proprio per questo la danza può diventare una forma di verità. Mi ha insegnato che posso essere intensa anche senza essere instancabile. Che posso essere espressiva anche con meno slancio. Che posso essere presente anche se il corpo ha bisogno di più pause, più cura, più rispetto.
Ho anche smesso di confrontarmi con la me di dieci o quindici anni fa. È stato uno dei passaggi più difficili, ma anche più necessari.
Quella donna ero io, certo. Ma questa lo è altrettanto. Con un metabolismo diverso, con un equilibrio ormonale cambiato, con un altro rapporto con la fatica e con il recupero. Continuare a giudicarmi con parametri vecchi significava restare in guerra. E io non volevo più fare guerra al mio corpo. Volevo imparare a stargli accanto.
Oggi danzo in modo diverso. Non meno vero. Non meno profondo. Diverso.
Ci sono giorni in cui sento una forza piena, compatta, quasi sorprendente. Altri in cui il corpo mi chiede misura, lentezza, ascolto. Non vivo più questa alternanza come un difetto di funzionamento. La vivo come un linguaggio. Un linguaggio che mi chiede di essere più attenta, più flessibile, più adulta.
Credo che molte donne abbiano bisogno di sentirsi dire questo: il corpo che cambia non è un corpo che tradisce. È un corpo che chiede un altro tipo di alleanza.
La menopausa, i cambiamenti ormonali, l’energia che si ridisegna, il peso che si sposta, la forza che cambia forma: tutto questo non ti toglie autenticità. Ti costringe, semmai, a una sincerità più profonda. A scegliere pratiche che non ti umiliano. Ritmi che non ti spezzano. Modi di muoverti che non siano punizione, ma presenza.
Oggi, quando entro in sala, non chiedo più al mio corpo di dimostrarmi qualcosa.
Gli chiedo come possiamo lavorare insieme. E in questa domanda c’è già una forma nuova di libertà.


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