Un brano scelto per caso, una lezione inattesa sul lasciarsi sorprendere
Per molto tempo ho scelto la musica con estrema attenzione.
Non solo per le lezioni o le esibizioni, ma anche per me stessa. Ogni brano doveva avere una coerenza precisa: il ritmo giusto, l’atmosfera adatta, il tipo di energia che sentivo affine al mio modo di danzare. Mi rassicurava sapere in anticipo dove il corpo sarebbe andato, quale qualità avrebbe preso il movimento, quale parte di me sarebbe emersa.
Poi una sera è successo qualcosa di banale e, proprio per questo, importante.
Avevo preparato una playlist nuova per la lezione. Ero arrivata stanca, con la testa piena di cose da fare, e senza controllare bene ho fatto partire un brano completamente diverso da quello previsto. Bastarono pochi secondi per capire che non c’entrava nulla con il lavoro che avevo in mente.
Il ritmo era più sporco, irregolare.
Troppo terreno per ciò che volevo fare.
Troppo poco elegante, pensai subito.
La prima reazione fu istintiva: fermare tutto e cambiare traccia. Ma ormai le allieve avevano già iniziato a muoversi. E io, per qualche motivo, decisi di aspettare qualche secondo prima di interrompere.
Fu lì che accadde qualcosa.
Il gruppo stava danzando in modo diverso.
Meno controllato.
Meno “corretto”.
Ma più vivo.
Anche il mio corpo reagì in modo inatteso. Sentii emergere movimenti che di solito non lasciavo spazio: passi più pesanti, braccia meno costruite, pause improvvise. Non era la danza che cercavo abitualmente. Eppure aveva una sincerità disarmante.
Mi accorsi di quanto fossi abituata a muovermi dentro territori conosciuti. Non solo musicalmente, ma emotivamente. Alcune musiche le sceglievo perché mi facevano sentire competente, armoniosa, sicura. Quel brano, invece, mi toglieva appigli. Non mi permetteva di rifugiarmi nell’estetica che conoscevo meglio.
E forse proprio per questo era necessario.
Lasciai continuare la musica.
All’inizio mi sentivo esposta, quasi goffa. Cercavo punti di riferimento che non trovavo. Ma più smettevo di controllare, più il corpo cominciava ad ascoltare davvero. Non stavo più cercando di “fare bene”. Stavo reagendo. Era una danza meno raffinata, forse, ma più onesta.
A un certo punto iniziai persino a divertirmi.
Non nel senso leggero del termine, ma in quello più profondo: sentivo di poter sbagliare senza irrigidirmi. Di poter esplorare senza sapere già il risultato. E quella sensazione, per una persona abituata a preparare tutto, era quasi rivoluzionaria.
A fine lezione una delle allieve mi disse:
“Quella musica mi ha fatto uscire da qualcosa.”
Non spiegò meglio. Ma capii perfettamente cosa intendesse.
Tornando a casa pensai a quante volte, nella vita, definiamo “sbagliato” ciò che semplicemente non controlliamo. Una musica diversa, un ritmo inatteso, un cambiamento di energia. Eppure spesso è proprio lì che il corpo scopre nuovi registri.
Da quella sera ho iniziato a lasciare più spazio all’imprevisto.
Non solo nella scelta musicale, ma nel modo stesso di stare nella danza. Ogni tanto inserisco un brano che non sceglierei istintivamente. Ogni tanto lascio che sia il corpo a decidere prima della mente.
Non sempre funziona.
Alcune musiche restano lontane da me.
Ma altre aprono stanze interiori che non sapevo esistessero.
Ho capito che crescere nella danza non significa solo affinare ciò che già sappiamo fare bene. Significa anche tollerare la sensazione di estraneità, il disagio iniziale, la perdita momentanea di controllo.
Quella musica non era davvero sbagliata.
Era solo fuori dalle mie abitudini.
E a volte le abitudini, anche quelle eleganti e rassicuranti, diventano confini invisibili.
Da allora ascolto diversamente.
La musica, il corpo, le reazioni immediate.
Perché alcune trasformazioni non arrivano attraverso ciò che riconosciamo subito come nostro, ma attraverso ciò che inizialmente ci disorienta.
E certe tracce, entrate per errore nella nostra vita, finiscono per insegnarci esattamente quello di cui avevamo bisogno.


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