Cinque danzatrici di danza del ventre rappresentano il passaggio da stanchezza e malinconia alla scelta di muoversi anche nelle giornate storte.

Danzare le giornate storte: muoversi anche quando niente “ispira”

Accogliere il corpo reale nei giorni opachi, senza cercare performance o motivazione perfetta

In alcuni giorni il corpo non collabora. Le energie sono basse, i pensieri confusi, il desiderio di muoversi sembra lontano. Non c’è ispirazione, non c’è slancio, non c’è quella sensazione luminosa che spesso associamo alla danza o al benessere. Eppure, forse, è proprio lì che il movimento può diventare più autentico.

Siamo abituate a pensare che per danzare servano presenza, motivazione, creatività. Ma il corpo reale non funziona così. Il corpo attraversa stanchezza, malinconia, disordine, giornate spente. Pretendere da sé fluidità costante significa trasformare anche il movimento in una richiesta di prestazione.

Danzare le giornate storte significa fare qualcosa di diverso: smettere di aspettare la condizione ideale.

Muoversi senza dover “sentire qualcosa di speciale”

Nei giorni difficili il corpo non ha bisogno di essere corretto. Ha bisogno di essere accompagnato. Non serve costruire una pratica perfetta o trovare una grande motivazione. A volte basta stare in piedi e respirare.

Puoi iniziare da movimenti minimi: spostare lentamente il peso da un piede all’altro, lasciare che le braccia oscillino, ruotare le spalle senza intenzione estetica. Non cercare una danza “bella”. Cerca una danza possibile.

Ci sono momenti in cui il gesto più sincero è un movimento incompleto, lento, persino esitante. E va bene così. Perché il valore della pratica non sta nell’intensità, ma nella continuità del contatto con sé.

Il corpo autentico non è sempre luminoso

Esiste una grande libertà nel permettersi di non essere ispirate. Nel non dover trasformare ogni movimento in qualcosa di armonioso o significativo. Alcuni giorni il corpo si muove con entusiasmo, altri con pesantezza. Entrambi meritano spazio.

Anche la stanchezza ha una sua qualità di movimento. Anche l’opacità ha un ritmo. Se smettiamo di combatterle, possono diventare parte della danza invece che ostacoli da eliminare.

Prova, nei giorni più difficili, a chiederti non “come posso fare meglio?”, ma:
di cosa ha bisogno il mio corpo oggi?

Forse di lentezza. Forse di silenzio. Forse di pochi minuti senza obiettivi.

Restare in relazione con sé anche nei giorni spenti

La pratica più importante non è danzare quando tutto funziona. È non abbandonarsi quando ci si sente scollegate da se stesse.

Muoversi nei giorni storti è un gesto di presenza. Significa dire al corpo: “non devo essere nella mia versione migliore per meritare ascolto.”

E spesso succede qualcosa di inatteso. Non sempre arriva energia. Non sempre arriva leggerezza. Ma arriva un piccolo cambiamento: il respiro si allarga, il corpo si ammorbidisce, la distanza da sé diminuisce.

Alla fine della pratica, anche breve, fermati. Non valutare come è andata. Non chiederti se è stata abbastanza.

Chiediti solo: sono rimasta in contatto con me, almeno un po’?

Perché a volte la danza più importante non è quella che trasforma la giornata.
È quella che ti impedisce di perderti completamente dentro di essa.


Comments

2 risposte a “Danzare le giornate storte: muoversi anche quando niente “ispira””

  1. Avatar Le perle di R.

    È un bel insegnamento anche nella vita: muoversi, proseguire anche quando non ci si sente al meglio, ed essere soddisfatte di quel che si è riuscito a realizzare

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    1. Avatar Francesca

      Sicuramente, bisogna gioire di ogni traguardo. Anche piccolo 💐

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