Tecnica, frustrazione e umiltà davanti a un movimento che chiedeva un’altra strada
Ci sono movimenti che impari in pochi minuti e insegni quasi senza pensarci. E poi ci sono quelli che, per qualche motivo, si fermano a metà strada. Li conosci bene, li esegui da anni, eppure non riesci a trasmetterli.
Uno di questi mi ha accompagnata per settimane.
Non era un passo particolarmente complesso. Anzi, visto da fuori sembrava semplice. Lo avevo studiato, praticato, inserito in decine di coreografie. Il mio corpo lo eseguiva in modo naturale. Proprio per questo pensavo che insegnarlo sarebbe stato facile.
Mi sbagliavo.
Ogni volta che arrivavamo a quel movimento, qualcosa si inceppava. Le allieve mi guardavano attente, provavano, riprovavano, ma il risultato era sempre lo stesso. Non perché mancasse impegno. Non perché non fossero capaci. Semplicemente le mie spiegazioni non arrivavano.
All’inizio ho fatto quello che fanno molti insegnanti: ho spiegato meglio.
O almeno così credevo.
Ho rallentato il movimento. Ho scomposto il passo. Ho mostrato ogni dettaglio. Ho cambiato angolazione. Ho aggiunto esempi tecnici. Eppure continuavo a vedere negli occhi del gruppo quella stessa espressione: ascolto sincero e comprensione incompleta.
Più insistevo, più cresceva la mia frustrazione.
Non perché il passo non riuscisse, ma perché iniziavo a mettermi in discussione. Se io lo capivo così bene, perché non riuscivo a farlo capire agli altri?
Una sera, tornando a casa, ci ho pensato a lungo.
Mi sono resa conto di una cosa che fino a quel momento avevo ignorato: stavo insegnando come avevo imparato io.
Sembrava una cosa ovvia. Invece era il problema.
Io avevo interiorizzato quel movimento attraverso immagini corporee molto precise. Sentivo il peso, la direzione, il ritmo in un certo modo. Ma non era detto che le mie allieve percepissero il corpo nello stesso linguaggio.
La settimana successiva ho deciso di cambiare completamente approccio.
Ho smesso di spiegare il passo.
O meglio, ho smesso di spiegare quel passo e ho iniziato a spiegare la sensazione che lo generava.
Invece di parlare di tecnica, ho parlato di appoggi. Invece di descrivere una forma, ho proposto un’immagine. Invece di correggere subito, ho osservato.
È stato sorprendente.
Un’allieva ha capito grazie a una metafora. Un’altra grazie a un esercizio preparatorio. Una terza grazie al contatto con il pavimento. Ciò che non era entrato attraverso una porta è entrato da un’altra.
In quel momento ho imparato una lezione che nessun corso di metodologia mi aveva insegnato con la stessa chiarezza.
Il problema non era il passo.
Il problema era la mia convinzione che esistesse un solo modo per arrivarci.
Spesso pensiamo che insegnare significhi spiegare bene. Ma spiegare bene non basta. Le persone apprendono in modi diversi. Alcune vedono. Alcune sentono. Alcune hanno bisogno di capire razionalmente. Altre di sperimentare.
L’insegnamento non è una trasmissione lineare.
È una traduzione continua.
Da allora, ogni volta che incontro una difficoltà simile, cerco di ricordarmelo. Se una spiegazione non funziona, non significa necessariamente che chi ascolta sia incapace. Forse significa che sto parlando una lingua che, in quel momento, non viene compresa.
E allora cambio strada.
Non per semplificare, ma per incontrare.
Quel passo, alla fine, è arrivato quasi per tutte. Non nello stesso momento e non nello stesso modo. Ma non è questo il punto che ricordo con più affetto.
Ricordo invece il sollievo di aver smesso di combattere.
L’umiltà di riconoscere che insegnare non significa essere sempre chiari al primo tentativo. Significa restare disponibili a cercare altre parole, altre immagini, altre vie.
Perché a volte il movimento non è difficile.
Sta semplicemente aspettando che qualcuno gli trovi la porta giusta.


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