Un oggetto semplice che riporta alla memoria anni di prove, spettacoli e trasformazioni
La stavo cercando per tutt’altro motivo.
Avevo aperto un armadio che non sistemavo da mesi, forse da anni, e stavo svuotando una vecchia borsa utilizzata per gli spettacoli. Dentro c’erano oggetti accumulati nel tempo: forcine, un paio di orecchini spaiati, una confezione di fazzoletti quasi vuota, una chiavetta USB di cui non ricordavo più il contenuto.
Poi l’ho vista. Ripiegata sul fondo, leggermente sgualcita, c’era una gonna.
Non era la più bella che avessi avuto. Non era nemmeno particolarmente preziosa. Eppure, appena l’ho presa in mano, qualcosa si è mosso dentro di me.
Il tessuto aveva ancora quell’odore indefinibile che appartiene alle sale prova, ai camerini improvvisati, ai viaggi fatti con costumi e musica stipati in una valigia. Un odore che non si compra e non si conserva intenzionalmente. Rimane.
Mi sono seduta sul pavimento e l’ho aperta completamente.
All’improvviso non stavo più guardando una gonna. Stavo guardando vent’anni di vita.
Mi sono tornate in mente le prove finite tardi la sera, quando uscivo dalla sala con i capelli in disordine e la sensazione di aver imparato qualcosa di nuovo. Gli spettacoli nei teatri piccoli, quelli nelle piazze estive, le manifestazioni organizzate in fretta, i saggi preparati con entusiasmo e qualche inevitabile imprevisto.
Ogni piega sembrava custodire un ricordo.
La cosa che mi colpiva di più, però, non erano gli eventi. Erano le versioni di me che quella gonna aveva conosciuto.
La giovane insegnante che cercava disperatamente di dimostrare di essere all’altezza.
La danzatrice che studiava ogni dettaglio convinta che la perfezione fosse una meta raggiungibile.
La donna che preparava le lezioni fino a tarda notte per paura di dimenticare qualcosa.
La professionista che si assumeva ogni responsabilità senza concedersi quasi mai il diritto di essere stanca.
Erano tutte lì. Eppure nessuna coincideva completamente con la persona che ero diventata.
Per qualche minuto ho osservato quel tessuto e ho pensato a quanto gli oggetti sappiano raccontare il tempo in modo diverso dalle fotografie.
Le fotografie mostrano un’immagine. Gli oggetti conservano una presenza.
Quella gonna aveva seguito cambiamenti che all’epoca non vedevo. Aveva assistito a entusiasmi, dubbi, ripartenze, delusioni e nuove scoperte. Era stata presente mentre il mio modo di danzare cambiava, mentre il mio corpo cambiava, mentre cambiava perfino il significato che attribuivo alla danza.
Ricordo che per molti anni associavo la danza soprattutto alla performance. Alla preparazione. Al risultato.
Oggi la vivo in modo diverso.
Continuo ad amarla profondamente, ma non ho più bisogno che dimostri qualcosa. Non le chiedo più di confermare il mio valore. La considero una compagna di viaggio, non una prova da superare.
Forse è proprio questo che quella gonna mi stava ricordando.
Non gli spettacoli. Non le coreografie. Ma la trasformazione.
Mi sono resa conto che spesso pensiamo ai cambiamenti come a qualcosa di improvviso. Una svolta, una decisione, un momento preciso. In realtà gran parte delle trasformazioni avviene lentamente, mentre siamo occupate a vivere.
Ce ne accorgiamo solo dopo. Magari aprendo una vecchia borsa, ritrovando un oggetto dimenticato, riconoscendo che la persona che lo utilizzava è ancora dentro di noi, ma non coincide più con noi.
Ho sorriso. Per un attimo ho pensato di riporre la gonna nell’armadio insieme agli altri ricordi. Poi ho cambiato idea.
L’ho portata in sala durante una lezione successiva. Non per indossarla. Non per nostalgia. Solo per averla vicino.
Mentre osservavo il gruppo muoversi, mi è sembrato di vedere un filo invisibile che collegava passato e presente. Non un rimpianto. Non un confronto. Un dialogo.
Quella gonna non rappresentava ciò che avevo perso. Rappresentava tutto ciò che avevo attraversato.
Alla fine della lezione l’ho ripiegata con calma. Non è tornata sul fondo di una borsa. Ha trovato posto su uno scaffale, in vista. Non come un trofeo. Come un promemoria.
Perché alcune cose non servono a ricordarci chi eravamo. Servono a mostrarci quanta strada abbiamo fatto per diventare chi siamo.


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