danzatrice non si guarda allo specchio

L’allieva più silenziosa

Osservare senza forzare e riconoscere la forza discreta di chi procede piano

Non era quella che faceva più domande. Non arrivava mai in anticipo per raccontarmi qualcosa e, alla fine della lezione, raccoglieva le sue cose e salutava con un sorriso discreto. Nel gruppo la sua presenza poteva quasi passare inosservata.

Eppure io la osservavo.

Non perché ci fosse qualcosa che non andava, ma proprio perché avevo imparato, insegnando, che le persone più silenziose rischiano di diventare invisibili. In una sala è naturale che l’attenzione venga attirata da chi domanda, scherza, si mette davanti o manifesta apertamente una difficoltà. Chi occupa poco spazio, invece, sembra non aver bisogno di nulla.

Lei si sistemava quasi sempre dietro.

Se proponevo di cambiare disposizione, dopo qualche minuto riusciva in qualche modo a ritrovarsi nuovamente nelle ultime file. Non sembrava paura vera e propria. Era piuttosto il suo modo di esserci senza sentirsi troppo esposta.

Durante le prime lezioni pensai che fosse molto timida.

Avrei potuto incoraggiarla a venire davanti, coinvolgerla più apertamente, chiederle di mostrarmi un movimento. Sono strategie che, in alcune situazioni, possono aiutare. Con lei, però, sentivo che sarebbero state premature.

Così decisi di non forzare.

Continuavo a correggerla come correggevo le altre, senza trasformarla nel centro dell’attenzione. Se vedevo un movimento riuscito bene, glielo dicevo senza enfatizzarlo. Se qualcosa era da sistemare, mi avvicinavo e le davo un’indicazione semplice.

Poco alla volta cominciai a notare piccoli cambiamenti.

All’inizio, durante le sequenze, guardava continuamente me o le compagne per essere sicura di non sbagliare. Poi iniziò ad affidarsi maggiormente al proprio corpo. Una volta la vidi continuare un passaggio senza cercare conferma nello specchio.

Un dettaglio minuscolo.

Per me, invece, significava molto.

Stava cominciando a fidarsi.

Non diventò improvvisamente espansiva. Non iniziò a occupare il centro della sala. Non ci fu quella trasformazione evidente che rende belle certe storie da raccontare.

Il cambiamento fu molto più discreto.

Un sorriso dopo essere riuscita in un passaggio difficile. Una domanda fatta sottovoce alla fine della lezione. Una posizione scelta qualche passo più avanti rispetto al solito.

Fino a una sera in cui proposi una breve improvvisazione.

Vidi subito la sua espressione cambiare.

Per chi ama sentirsi protetto da una sequenza, improvvisare può essere difficile. Non hai passi dietro cui nasconderti. Non puoi controllare continuamente se stai facendo la stessa cosa degli altri. Devi scegliere.

La musica iniziò e lei rimase quasi immobile.

Per un momento ebbi l’impulso di avvicinarmi. Di suggerirle qualcosa, darle un movimento da cui partire.

Poi mi fermai.

Mi resi conto che intervenire avrebbe significato comunicarle, anche senza volerlo: vedo che sei in difficoltà, quindi ti aiuto.

E se invece non fosse stata in difficoltà?

Forse aveva semplicemente bisogno di tempo.

Continuai a guidare il gruppo lasciandola libera. Dopo qualche secondo mosse una mano. Poi il braccio. Fece un piccolo spostamento laterale e tornò ferma.

Niente di spettacolare.

Ma era suo.

Non copiato da me. Non preso dalla compagna accanto. Non suggerito.

Suo.

Continuò così per tutta la musica, alternando movimenti e pause. Io cercai di non guardarla troppo, perché avevo capito che anche uno sguardo benevolo può diventare pressione.

Alla fine della lezione rimase qualche minuto in più.

Mentre sistemavo la musica, si avvicinò e mi disse: «Pensavo di non essere capace di improvvisare.»

Non ricordo esattamente cosa le risposi. Ricordo invece quello che pensai.

Forse non aveva avuto bisogno che qualcuno le insegnasse a essere più sicura. Aveva avuto bisogno che nessuno la costringesse a dimostrarlo prima di essere pronta.

Quell’esperienza mi è rimasta dentro anche come insegnante.

Mi ha ricordato quanto sia facile confondere partecipazione ed estroversione. Pensare che chi parla molto sia più coinvolto, che chi occupa il centro sia più sicuro, che chi procede velocemente stia imparando meglio.

Non è necessariamente così.

Esistono persone che apprendono osservando a lungo. Persone che hanno bisogno di ripetere prima di esporsi. Persone che non manifestano entusiasmo nel modo che ci aspettiamo, ma che stanno vivendo profondamente ciò che accade.

Un’insegnante deve saper vedere anche loro.

Non per proteggerle continuamente, perché anche questo può diventare un modo per definirle attraverso la loro fragilità. E nemmeno per trascinarle fuori dal loro spazio con l’idea che debbano necessariamente diventare più espansive.

A volte il compito è molto più semplice e molto più difficile: lasciare tempo.

Oggi cerco di ricordarmelo soprattutto davanti alle persone che sembrano chiedere meno.

Il silenzio non significa disinteresse. La lentezza non significa incapacità. Stare ai margini non significa necessariamente voler essere portate al centro.

A volte una persona sta semplicemente costruendo il proprio modo di esserci.

E forse una delle cose più importanti che ho imparato insegnando danza è proprio questa: non tutte hanno bisogno di essere spinte.

Alcune hanno bisogno di sapere che il loro tempo sarà rispettato.


Comments

2 risposte a “L’allieva più silenziosa”

  1. Avatar Le perle di R.

    Non posso fare altro che complimentarmi 👏💐

    "Mi piace"

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