insegnante di danza aiuta le sue allieve

Che cosa ho imparato sul corpo in vent’anni di danza

Il movimento, l’insegnamento e i cambiamenti del corpo osservati attraverso l’esperienza.

Per molti anni ho guardato il corpo soprattutto come qualcosa da allenare. Doveva imparare una sequenza, riconoscere un ritmo, isolare un movimento, coordinare parti che sembravano intenzionate a procedere ciascuna per conto proprio. Nella danza orientale questa esigenza è particolarmente evidente, perché al corpo viene chiesto di compiere azioni che nella vita quotidiana raramente esegue in modo consapevole: il bacino si sposta mentre il busto rimane stabile, il torace disegna una traiettoria mentre le braccia ne seguono un’altra, i piedi sostengono il peso e contemporaneamente preparano il passaggio successivo. All’inizio ho pensato che la difficoltà consisteva nel riuscire a fare tutto questo, poi, con gli anni, ho compreso che la parte più impegnativa non è insegnare un movimento nuovo, ma accorgersi di ciò che il corpo fa già, delle abitudini che ha costruito, delle tensioni che considera normali e dei limiti che gli attribuiamo prima ancora di aver provato ad attraversarli.

Quando un’allieva entra per la prima volta in una sala di danza, raramente porta con sé soltanto il desiderio di imparare. Porta il modo in cui ha abitato il proprio corpo fino a quel momento, le parole che ha ascoltato su di sé, il rapporto con lo specchio, l’imbarazzo di essere osservata e, qualche volta, la convinzione di non essere adatta. Non sempre lo dichiara, anzi, spesso pronuncia frasi apparentemente leggere, dice di essere scoordinata, di non avere il fisico, di non riuscire a muovere il bacino, come se stesse semplicemente descrivendo un dato oggettivo. Eppure, dopo molti anni di insegnamento, ho imparato a sentire il peso nascosto dentro espressioni simili, perché “non sono capace” non riguarda sempre il movimento che ancora non si conosce, così come “non ho il fisico” raramente contiene una valutazione neutrale. A volte è il risultato di un confronto che dura da anni, di un giudizio ricevuto molto tempo prima e mai davvero discusso, oppure di un’idea rigida di ciò che un corpo dovrebbe essere per avere il diritto di mostrarsi.

Insegnare danza mi ha costretta a rivedere molte certezze che avevo, compresa quella, molto diffusa, secondo cui esisterebbero persone naturalmente portate e altre destinate a rimanere ai margini del movimento. Certamente le caratteristiche individuali contano: cambiano la mobilità, il tono muscolare, la capacità di coordinazione, la rapidità con cui si apprende una sequenza. Ma la facilità iniziale non coincide necessariamente con la qualità che una persona riuscirà a sviluppare. Ho visto allieve comprendere subito ogni passaggio e attraversarlo senza lasciare una traccia, mentre altre, dopo settimane di tentativi, trasformavano un gesto semplice in qualcosa di personale, perché nel tempo necessario per impararlo avevano dovuto ascoltarlo, scomporlo e infine farlo proprio. La tecnica è indispensabile, ma non basta; un corpo può riprodurre correttamente una forma e rimanere estraneo a ciò che sta facendo, oppure può raggiungerla con qualche imperfezione e renderla viva. Questo non significa idealizzare l’errore o rinunciare alla precisione, ma riconoscere che la precisione, nella danza, non è soltanto una questione geometrica: riguarda anche la relazione tra il movimento e la persona che lo compie.

C’è un momento ricorrente durante l’apprendimento di un movimento nuovo. L’allieva osserva, prova, si ferma, controlla nello specchio, ripete e sembra non riuscire a trovare la direzione. Se continua a sorvegliare ogni parte del corpo, il movimento diventa rigido; se invece riesce per qualche istante a smettere di correggersi mentre lo sta eseguendo, qualcosa cambia. Non sempre il movimento riesce subito, ma diventa meno rigido. Finché l’allieva cerca di eseguirlo e, nello stesso momento, controlla nello specchio se il proprio corpo appare come dovrebbe, finisce per irrigidirsi e perdere naturalezza. Quando riesce a concentrarsi sulle sensazioni e sulla direzione, senza correggersi a ogni istante, il movimento acquista maggiore fluidità, anche se non è ancora tecnicamente preciso. È un cambiamento lieve, ma per chi insegna è facilmente riconoscibile. Lo specchio, che dovrebbe aiutare, può trasformarsi in un secondo insegnante, più severo del primo, perché non mostra soltanto l’allineamento di una spalla o la posizione di un braccio, ma richiama il confronto con l’immagine che pensiamo di dover restituire. Per questa ragione ho compreso che imparare a danzare non significa soltanto acquisire movimenti, ma modificare, almeno in parte, il modo in cui ci osserviamo mentre proviamo a compierli.

Anche il mio rapporto con il corpo è cambiato nel tempo. Dopo più di vent’anni, non posso muovermi pensando che il corpo sia rimasto identico a quello con cui ho cominciato, e non avrebbe senso pretendere che lo fosse. Sono cambiate la resistenza, la disponibilità di alcune articolazioni, i tempi di recupero e il modo in cui percepisco lo sforzo; soprattutto è cambiata la mia attenzione. Quando si è giovani, o quando si è all’inizio, si tende a chiedere al corpo se sia capace di fare una determinata cosa. Con il tempo la domanda diventa un’altra: in quale modo può farla oggi. La differenza non è una rinuncia mascherata, ma un cambiamento di prospettiva. Il corpo non viene più considerato uno strumento che deve obbedire a un’immagine precedente di noi stesse; diventa un interlocutore del quale è necessario comprendere le condizioni, le risorse e anche le resistenze.

Questo passaggio non avviene senza conflitto. Tutto intorno a noi è carico di messaggi che celebrano il corpo finché appare efficiente e giovane. Anche negli ambienti legati al movimento si parla spesso del corpo come se fosse un progetto perennemente migliorabile, qualcosa che, con sufficiente disciplina, dovrebbe diventare più forte, più flessibile, più asciutto, più vicino a un modello stabilito. L’esperienza mi ha insegnato che il corpo può certamente evolvere, apprendere e recuperare possibilità inattese, ma non è una materia neutra sulla quale esercitare una volontà illimitata. Ha una storia biologica, un’età, condizioni che mutano, giornate differenti e confini che non sono sempre ostacoli da abbattere. Alcuni vanno esplorati, altri riconosciuti. Capire la differenza richiede più competenza di quanta ne occorra per imporre una sequenza.

Nell’insegnamento questa distinzione diventa concreta. Se una persona non riesce a eseguire un movimento, ripeterle semplicemente di rilassarsi serve a poco, perché la tensione non scompare per ordine. Occorre osservare dove inizia la difficoltà, verificare come distribuisce il peso, capire se trattiene il respiro, se anticipa il gesto per paura di sbagliare o se sta cercando di imitare la forma finale senza averne compreso il percorso. A volte è sufficiente ridurre l’ampiezza, cambiare il ritmo o eliminare momentaneamente l’uso delle braccia. Altre volte bisogna interrompere la sequenza e tornare a un passaggio più semplice. Questo modo di procedere ha modificato anche la mia idea di insegnamento, perché mi ha mostrato che correggere non significa indicare ciò che non funziona, ma trovare la condizione nella quale quella persona possa comprendere che cosa sta facendo. La correzione più utile non produce obbedienza immediata; produce consapevolezza, e la consapevolezza permette al movimento di essere ripetuto anche quando l’insegnante non è più davanti allo specchio.

Il corpo racconta, dunque, ma non nel senso romantico e un po’ vago secondo cui ogni tensione nasconderebbe necessariamente un trauma o ogni dolore potrebbe essere tradotto in un significato psicologico. Racconta innanzitutto il modo in cui viene utilizzato. Mostra se una persona respira durante uno sforzo o sospende il respiro, se occupa lo spazio oppure tenta di ridursi, se affida stabilmente il peso a una parte e sottrae l’altra al movimento, se affronta una difficoltà accelerando o fermandosi. Questi elementi non autorizzano diagnosi né interpretazioni arbitrarie, ma possono diventare informazioni. Per chi insegna, la responsabilità consiste proprio nel rimanere vicino a ciò che si osserva senza trasformarlo in una spiegazione assoluta. Una postura chiusa non rivela automaticamente una personalità chiusa, così come un movimento ampio non dimostra sicurezza. Il corpo offre indizi, non sentenze, e bisogna resistere alla tentazione di attribuirgli una verità che la persona non ha espresso.

Ricordo molte situazioni in cui il cambiamento più importante non coincideva con l’esecuzione perfetta di una coreografia. Poteva manifestarsi quando un’allieva smetteva di chiedere scusa dopo ogni errore, quando accettava di occupare la prima fila senza arretrare appena iniziava la musica, oppure quando riusciva a guardarsi nello specchio senza controllare subito la parte di sé che giudicava meno adeguata. Non erano trasformazioni spettacolari e non spettava a me attribuire loro un significato più grande di quello che avevano. Erano, però, modificazioni osservabili nel modo di stare dentro l’esperienza. La danza non aveva risolto la vita di nessuno e non sarebbe corretto presentarla come una terapia capace di guarire qualsiasi difficoltà; aveva offerto uno spazio regolato nel quale provare un comportamento diverso, verificarne l’effetto e portarne una parte fuori dalla sala.

Anche per me la danza ha funzionato in questo modo. Non come una parentesi separata dalla vita, ma come un luogo nel quale alcune contraddizioni diventavano più visibili. Insegnare mi chiedeva di espormi proprio nei giorni in cui avrei preferito sottrarmi, di guidare altre persone anche quando non mi sentivo particolarmente sicura, di accettare che la competenza non eliminasse ogni esitazione e che l’esperienza non mi proteggesse dai cambiamenti. Con il tempo ho smesso di considerare queste contraddizioni come prove di incoerenza. Si può conoscere profondamente il movimento e attraversare una fase in cui il proprio corpo sembra meno disponibile; si può insegnare la presenza e avere giornate nelle quali ci si sente altrove; si può invitare un’allieva a non giudicarsi e accorgersi di usare verso sé stesse un linguaggio molto più severo. L’esperienza non ci rende immuni da ciò che insegniamo, ma ci obbliga, se siamo onesti, a riconoscerne la complessità.

E’ questo che il corpo mi ha insegnato più chiaramente: non siamo mai un risultato definitivo. Il modo in cui ci muoviamo nasce dall’incontro tra ciò che abbiamo appreso, ciò che stiamo vivendo e le condizioni presenti, e per questo non può essere identico ogni giorno né rimanere immutato nel corso degli anni. C’è una perdita in questa trasformazione, perché alcune possibilità si riducono e alcune immagini di noi devono essere lasciate andare, ma c’è anche una precisione nuova. Si impara a distinguere ciò che appartiene davvero al proprio movimento da ciò che era soltanto esibizione, abitudine o tentativo di corrispondere a un’attesa.

Oggi, quando penso al corpo come luogo di memoria, non immagino un archivio misterioso nel quale ogni esperienza rimanga nascosta in attesa di essere decifrata. Penso piuttosto a un sapere costruito attraverso la ripetizione, le correzioni, le esitazioni e gli adattamenti. Esso ricorda una sequenza perché l’ha attraversata molte volte, riconosce un ritmo prima che riusciamo a contarne gli accenti, modifica il proprio equilibrio per proteggerci e talvolta continua a usare una strategia anche quando non è più necessaria. Raccontarlo vuol dire osservare queste trasformazioni senza abbellirle e senza ridurle a una formula. Dopo tanti anni di danza, non lo considero più una superficie sulla quale mostrare ciò che so fare. Lo considero il luogo concreto in cui devo continuamente verificare chi sono diventata e quale movimento, adesso, mi appartiene davvero.


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