insegnante di danza con le sue allieve

La prima allieva che ha smesso di venire

Accettare che non tutte le persone restano e che un abbandono non è necessariamente un fallimento

All’inizio non ci avevo fatto troppo caso. Un’assenza può capitare. Un impegno, un raffreddore, una giornata di lavoro finita tardi. Durante la lezione avevo notato il suo posto vuoto, ma avevo continuato come sempre. La settimana successiva, però, quel posto era ancora vuoto.

Alla terza assenza ho cominciato a chiedermi se sarebbe tornata.

Era una delle prime allieve che avevo seguito con continuità e forse proprio per questo la sua assenza mi colpiva più di quanto volessi ammettere. Non era soltanto una persona che mancava a una lezione. Per me, che stavo ancora costruendo la mia identità di insegnante, quel posto vuoto aveva cominciato ad assumere un significato molto più grande.

La prima domanda fu inevitabile: ho sbagliato qualcosa?

Ripercorsi mentalmente le ultime lezioni. Cercai una correzione forse troppo brusca, una frase che avrebbe potuto infastidirla, un momento in cui non le avevo dedicato abbastanza attenzione. Mi domandai se le lezioni fossero diventate troppo difficili oppure troppo semplici, se avessi insistito eccessivamente sulla tecnica, se la musica non le piacesse più.

In poche parole, trasformai la sua assenza in un giudizio sul mio modo di insegnare.

Oggi riesco a riconoscere quel meccanismo con molta più facilità. Allora no.

Allora ogni allieva che entrava nella sala rappresentava anche una piccola conferma. Significava che qualcuno aveva scelto di dedicare una parte del proprio tempo a qualcosa che proponevo io. E se quella persona tornava la settimana successiva, quella conferma si rinnovava.

Non mi ero ancora accorta del rischio nascosto in questo modo di pensare: se la presenza degli altri diventa una misura del proprio valore, inevitabilmente la loro assenza viene vissuta come una bocciatura.

Dopo qualche tempo seppi che aveva deciso di non continuare.

Nessun litigio. Nessuna critica. Nessun episodio particolare. Semplicemente la sua vita, in quel momento, stava andando in un’altra direzione.

Eppure ricordo una piccola delusione.

Avrei voluto che restasse. Forse avrei voluto anche una spiegazione più precisa, qualcosa che mi permettesse di archiviare la questione in una casella ordinata: ha smesso per questo motivo, quindi non dipende da me.

La realtà raramente è così semplice.

Le persone iniziano a danzare per ragioni molto diverse e smettono per ragioni altrettanto diverse. Cambiano lavoro, orari, interessi. Arrivano problemi familiari, nuove relazioni, difficoltà economiche. A volte semplicemente passa il desiderio. Altre volte si scopre che quella disciplina non corrisponde a ciò che si stava cercando.

E sì, qualche volta può anche accadere che un’insegnante non sia quella giusta per una determinata persona.

È stata soprattutto quest’ultima possibilità a richiedermi tempo per essere accettata.

All’inizio pensavo che una brava insegnante dovesse riuscire a coinvolgere tutte. Oggi considero questa idea poco realistica. Posso preparare una lezione con attenzione, essere disponibile, continuare a studiare, osservare il gruppo e modificare ciò che non funziona. Ma non posso essere l’insegnante giusta per chiunque.

Non significa rinunciare a interrogarsi.

Se diverse persone abbandonano, se arriva una critica, se qualcosa nel gruppo non funziona, è giusto chiedersi perché. L’autorevolezza non consiste nel pensare di avere sempre ragione. Anche chi insegna deve sapersi osservare, accettare un feedback e cambiare.

Ma interrogarsi è diverso dal colpevolizzarsi.

Quella prima allieva che non tornò mi insegnò proprio questa differenza.

Negli anni altre persone sono arrivate e altre se ne sono andate. Alcune sono rimaste per molto tempo. Altre soltanto per pochi mesi. Qualcuna è tornata dopo anni. Di altre non ho più saputo nulla.

Per molto tempo ho considerato importanti soprattutto quelle che restavano.

Poi ho cambiato prospettiva.

Anche una persona che frequenta per poco tempo può aver ricevuto qualcosa. Forse ha imparato un movimento che ricorderà. Forse per qualche mese ha avuto uno spazio tutto suo. Forse ha scoperto che quella danza non faceva per lei, e anche questa è una scoperta legittima.

Non tutto ciò che finisce è stato inutile.

Questa consapevolezza ha cambiato anche il mio modo di insegnare. Ha tolto una parte di quella tensione invisibile che spinge a voler trattenere le persone a tutti i costi. Un gruppo non è una proprietà. Le allieve non sono la dimostrazione della bravura di chi insegna.

Sono persone che, per un tratto della loro vita, scelgono di condividere uno spazio.

Il compito di chi guida è rendere significativo quel tratto, non decidere quanto debba durare.

Ogni tanto penso ancora a quella prima assenza. Non ricordo tutte le domande che mi feci allora, ma ricordo bene la sensazione. Era una delle prime volte in cui comprendevo che insegnare significa anche accettare di non controllare il percorso degli altri.

Oggi un’assenza continua a dispiacermi, soprattutto dopo molto tempo trascorso insieme. Ma non la vivo più automaticamente come una misura di ciò che valgo.

Preferisco chiedermi qualcosa di diverso: durante il tempo trascorso nella mia sala, quella persona ha trovato rispetto, attenzione e la possibilità di vivere la danza nel proprio modo?

Se la risposta è sì, allora quel percorso ha avuto un valore.

Anche se, a un certo punto, ha preso un’altra strada.


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