Lasciare andare ciò che avevo costruito per fare spazio alla danzatrice che ero diventata
La musica è partita e il corpo ha ricordato prima di me.
Non ascoltavo quel brano da anni. Era finito in una vecchia cartella insieme ad altre musiche utilizzate per spettacoli, lezioni e coreografie che avevano occupato una parte importante della mia vita. Quel pomeriggio lo avevo ritrovato quasi per caso e, appena erano arrivate le prime note, avevo sentito qualcosa di familiare.
Mi sono alzata e ho provato.
Non ricordavo consapevolmente tutta la coreografia, almeno così credevo. Eppure sono bastati pochi secondi perché le braccia trovassero una posizione, il peso si spostasse sul piede giusto e il bacino anticipasse un passaggio che la memoria non aveva ancora ricostruito.
È una delle cose che continuano ad affascinarmi della danza: il corpo conserva.
Puoi dimenticare l’ordine dei passi, il punto esatto in cui entrava un accento musicale, perfino l’occasione per cui avevi preparato quella coreografia. Poi arriva una nota e qualcosa si riattiva. Non è un ricordo nel senso abituale del termine. È una memoria che passa attraverso i muscoli, gli appoggi, il respiro.
Dopo qualche minuto la sequenza era quasi tutta lì. Tecnicamente funzionava ancora. Ed era proprio questo a disturbarmi.
Non c’era niente di sbagliato. I passaggi erano coerenti, la musica si sposava bene con il movimento, la costruzione aveva una sua logica. Riconoscevo persino alcune soluzioni di cui, all’epoca, ero stata particolarmente soddisfatta. Eppure non mi piaceva più danzarla.
Ho provato una seconda volta, pensando che fosse soltanto questione di abitudine. Poi una terza. Ho corretto un passaggio, modificato leggermente le braccia, alleggerito una transizione.
Niente. Più cercavo di recuperarla, più sentivo una distanza.
Mi sono fermata davanti allo specchio e per qualche secondo ho guardato la mia immagine senza sapere esattamente cosa stessi cercando.
Poi l’ho capito. Quella coreografia apparteneva ancora al mio corpo, ma non apparteneva più al mio modo di danzare.
La differenza era sottile. Non riguardava soltanto l’età o una diversa condizione fisica. Non era neppure una questione di tecnica. Riguardava ciò che nel frattempo avevo imparato a cercare nel movimento.
Anni prima avevo bisogno di riempire molto di più. Costruivo sequenze dense, cercavo l’effetto, sentivo la necessità di dimostrare padronanza. Ogni passaggio doveva portare al successivo e ogni frase musicale sembrava chiedermi una risposta.
Adesso sentivo il bisogno opposto. Volevo lasciare spazio.
Una pausa poteva interessarmi più di tre movimenti consecutivi. Un gesto semplice, se necessario, mi sembrava più potente di una combinazione elaborata. Avevo cominciato a cercare non soltanto ciò che il corpo poteva fare, ma ciò che aveva davvero senso fare.
La vecchia coreografia non era diventata brutta. E io non ero diventata migliore. Eravamo lontane.
Questa consapevolezza mi provocò una strana malinconia. Avevo costruito quella danza con entusiasmo. L’avevo provata molte volte, corretta, insegnata forse, portata con me in una fase precisa della mia vita. Ammettere che non mi rappresentava più sembrava quasi una forma di ingratitudine verso la persona che ero stata.
Per qualche minuto fui tentata di modificarla completamente.
Cambiare alcuni passaggi, eliminare ciò che sentivo troppo costruito, rallentare, inserire nuove pause. Avrei potuto trasformarla in qualcosa di più vicino alla mia sensibilità attuale.
Poi mi sono chiesta perché. Perché quella necessità di correggere il passato?
La coreografia aveva avuto il suo tempo. Aveva raccontato qualcosa di me con il linguaggio che possedevo allora. Non aveva bisogno di essere aggiornata per continuare ad avere valore.
Ho fatto ripartire la musica un’ultima volta.
Questa volta non ho cercato di eseguire tutta la sequenza. Ho lasciato arrivare soltanto i movimenti che ricordavo spontaneamente. Alcuni sono rimasti identici. Altri si sono modificati quasi senza che me ne accorgessi. In certi punti sono rimasta ferma.
Ed è stato proprio in quelle pause che ho sentito maggiormente la distanza tra la danzatrice di allora e quella di oggi.
La donna che aveva creato quella coreografia non era scomparsa. Era dentro il modo in cui ancora ascoltavo la musica, nella precisione che continuavo a cercare, in certi movimenti diventati parte del mio vocabolario corporeo. Ma nel frattempo si erano aggiunte altre esperienze, altri studi, altre donne incontrate nelle sale, altri modi di intendere il corpo e perfino altri modi di intendere me stessa.
Non potevo danzare come allora perché non ero più soltanto quella persona.
Ho spento la musica senza completare la coreografia. Per una volta non mi è sembrato di lasciare qualcosa a metà. Mi è sembrato, al contrario, di averla finalmente conclusa.
Da allora penso spesso a quanto sia difficile concedersi di cambiare anche artisticamente. A volte restiamo fedeli a un’immagine di noi perché ci è costata fatica costruirla. Se una cosa ha funzionato, se ci ha rappresentato a lungo, sembra quasi che abbandonarla significhi rinnegare tutto ciò che è venuto prima.
Quella coreografia è rimasta dov’era. Non l’ho eliminata, non l’ho riscritta e non ho cercato di renderla più simile alla donna che sono oggi.
Ogni tanto riascolto quella musica. Il corpo continua a ricordare alcuni passaggi e per qualche secondo li seguo. Poi, quasi inevitabilmente, prende un’altra direzione.
Adesso lo lascio fare. Perché forse l’identità di una danzatrice non è contenuta nei movimenti che riesce a conservare, ma anche in quelli che, a un certo punto, riesce a lasciare andare.


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