Donna prova a danzare per conto suo

Perché ti senti sempre indietro nei corsi di danza

Ci sono allieve che entrano in una sala di danza con entusiasmo e, dopo poche lezioni, iniziano a convincersi di non essere portate. Guardano l’insegnante, provano a riprodurre il movimento, perdono un passaggio, cercano di recuperare quello successivo e, mentre stanno ancora pensando a ciò che non è riuscito, il gruppo è già andato avanti. A quel punto arriva una sensazione molto comune: sono sempre indietro.

Conosco bene questa sensazione, non soltanto perché negli anni l’ho osservata, ma perché prima di insegnare danza orientale sono stata allieva. E credo che proprio aver conosciuto entrambi i lati della lezione mi abbia aiutata, con il tempo, a comprendere una cosa importante: avere difficoltà nell’apprendere un movimento non significa necessariamente non essere capaci di danzare.

A volte il problema non è il corpo. È il modo in cui quel corpo sta cercando di imparare.

Quando il movimento sembra facile solo a chi lo sa già fare

Uno dei paradossi dell’insegnamento della danza è che più un gesto diventa naturale per chi insegna, più può diventare difficile ricordare quanto fosse complesso all’inizio.

Un movimento che un’insegnante esegue quasi automaticamente può richiedere, per chi lo incontra per la prima volta, la gestione contemporanea di molti elementi: postura, peso, direzione, coordinazione, respirazione, ritmo, posizione delle braccia e percezione di una parte del corpo che magari fino a quel momento non era mai stata mobilizzata in quel modo.

Da fuori sembra un unico movimento.

Per chi sta imparando, invece, possono essere sei o sette informazioni da elaborare contemporaneamente.

Da allieva ho sperimentato anch’io la differenza tra vedere un movimento e comprenderlo. Osservare bene non significa automaticamente riuscire a riprodurre ciò che si vede. Alcuni gesti diventavano chiari immediatamente, altri avevano bisogno di tempo, ripetizione o di una spiegazione differente.

Con gli anni, passando dall’altra parte della sala, questa esperienza è diventata ancora più evidente. Insegnare ha mostrato quanto possa essere inefficace ripetere semplicemente: «Guarda, si fa così», eseguendo nuovamente il movimento.

Se una persona non ha compreso il meccanismo la prima volta, vedere la stessa dimostrazione altre cinque volte non garantisce che alla sesta qualcosa cambi.

Può servire un’altra strada.

Il cervello non impara tutto contemporaneamente

Qui entra in gioco anche un piccolo elemento di psicologia dell’apprendimento.

Quando affrontiamo un compito nuovo, l’attenzione non è illimitata. Se troppe informazioni vengono richieste nello stesso momento, aumenta il carico cognitivo: una parte delle risorse mentali viene utilizzata semplicemente per cercare di ricordare che cosa fare.

È una situazione frequente nella danza.

«Bacino a destra, peso a sinistra, ginocchia morbide, spalle ferme, braccia sollevate, testa alta e adesso segui anche la musica.»

Per una persona esperta queste indicazioni possono convivere senza particolare difficoltà perché molti elementi sono ormai automatizzati. Per una principiante rappresentano invece una quantità considerevole di informazioni da gestire nello stesso istante.

Quando qualcosa non riesce, la conclusione più immediata può diventare: non sono coordinata.

Ma potrebbe non essere questo il problema.

Potrebbe semplicemente essere necessario ridurre temporaneamente il numero delle informazioni, isolare una componente, renderla familiare e aggiungere progressivamente le altre.

Prima il trasferimento del peso.

Poi il movimento del bacino.

Successivamente le braccia.

Infine la musica.

Non significa rendere la danza più semplice. Significa rendere l’apprendimento possibile.

Il confronto con le altre può complicare ulteriormente le cose

C’è poi un secondo elemento, meno tecnico ma altrettanto importante.

In una classe di danza è quasi inevitabile guardare le altre persone. Il problema nasce quando l’osservazione si trasforma in confronto continuo.

Quella accanto sembra ricordare tutto. Un’altra possiede maggiore mobilità. Una terza ha già frequentato altri corsi. Qualcuna ha semplicemente un modo diverso di apprendere.

Eppure il confronto tende a cancellare queste differenze e a produrre una conclusione molto più semplice: lei riesce, io no.

A quel punto l’attenzione non è più completamente sul movimento. Una parte comincia a controllare continuamente la propria prestazione.

Sto sbagliando?

Mi stanno guardando?

Sono l’unica che non ha capito?

L’insegnante si è accorta che sono rimasta indietro?

Questo meccanismo può aumentare la tensione e rendere ancora più difficile proprio ciò che si sta cercando di fare. Un corpo eccessivamente controllato tende infatti a perdere fluidità; l’attenzione rivolta continuamente all’errore sottrae risorse all’apprendimento.

Si crea così un piccolo circolo vizioso: la paura di non riuscire rende più difficile riuscire, e la difficoltà conferma l’idea iniziale di non essere capaci.

Per questo il clima della lezione non è un dettaglio.

Una correzione non dovrebbe mai diventare un giudizio

Durante il mio percorso ho imparato a dare sempre maggiore importanza alle correzioni individuali, ma anche al modo in cui vengono proposte.

Correggere non significa segnalare che una persona è incapace. Significa fornire un’informazione che, in quel momento, può aiutarla a comprendere meglio ciò che sta facendo.

C’è una differenza enorme tra sentirsi dire, implicitamente o esplicitamente, «non riesci a farlo» e ricevere un’indicazione come: «Proviamo a spostare prima il peso e poi aggiungiamo il bacino».

Nel primo caso il problema sembra essere la persona.

Nel secondo il problema è un passaggio tecnico che può essere affrontato.

La differenza può sembrare sottile, ma dal punto di vista dell’apprendimento è fondamentale.

Nel tempo ho osservato quanto spesso un’allieva possa cambiare espressione quando finalmente comprende qualcosa che fino a pochi minuti prima sembrava impossibile. Non perché sia improvvisamente diventata più capace, ma perché ha ricevuto l’indicazione di cui aveva bisogno.

Ed è forse una delle lezioni più importanti che l’insegnamento mi abbia dato: non sempre bisogna spiegare di più; qualche volta bisogna spiegare diversamente.

Non tutte impariamo nello stesso modo

Anche l’esperienza personale da allieva ha contribuito a modificare profondamente il mio modo di insegnare.

C’è chi comprende subito osservando. Chi ha bisogno di una spiegazione verbale. Chi deve ripetere molte volte lentamente. Chi necessita di capire da dove parte un movimento prima di riuscire a eseguirlo. Chi acquisisce rapidamente una sequenza ma ha bisogno di più tempo per lavorare sulla qualità del gesto.

Nessuno di questi modi di apprendere è, di per sé, migliore degli altri.

Per questo una lezione efficace non dovrebbe trasformarsi in una corsa nella quale tutte devono raggiungere contemporaneamente lo stesso punto.

Personalizzare non significa preparare venti lezioni differenti per venti persone. Significa avere abbastanza attenzione da accorgersi quando una spiegazione non sta funzionando e possedere abbastanza flessibilità per provare un’altra strada.

A volte basta cambiare immagine.

Altre volte occorre eliminare temporaneamente la musica.

In alcuni casi è utile eseguire soltanto una parte del movimento.

In altri ancora è necessario fermarsi, lasciare qualche secondo per sentire che cosa sta accadendo nel corpo e riprovare.

Sono piccoli adattamenti, ma possono trasformare completamente l’esperienza di apprendimento.

Quando il programma diventa più importante delle persone

Uno dei rischi dell’insegnamento è avere un programma da rispettare e sentirsi obbligate a portarlo avanti a ogni costo.

Una combinazione da terminare. Una coreografia da completare. Una determinata quantità di materiale da proporre durante la lezione.

Con l’esperienza, però, ho cambiato progressivamente prospettiva.

Completare una coreografia non significa necessariamente aver insegnato quella coreografia.

Se metà del gruppo sta semplicemente cercando di sopravvivere alla sequenza osservando disperatamente chi ha davanti, qualcosa nell’apprendimento si è perso.

Oggi considero molto più utile fermarsi su un passaggio, chiarirlo, ripeterlo e permettere alle persone di appropriarsene, piuttosto che accumulare movimenti che verranno dimenticati appena terminata la lezione.

La quantità di materiale svolto dice poco sulla qualità dell’apprendimento.

Tre cose da osservare quando ti senti sempre indietro

Quando una lezione produce costantemente la sensazione di non riuscire a stare al passo, prima di concludere di non essere portate può essere utile osservare tre aspetti.

Il primo riguarda la comprensione. Il movimento viene realmente spiegato oppure viene soprattutto mostrato? Una buona dimostrazione è importante, ma dovrebbe essere accompagnata dalla possibilità di comprenderne struttura, direzione, origine e dinamica.

Il secondo riguarda il tempo. È possibile ripetere abbastanza da trasformare un gesto nuovo in qualcosa di progressivamente più familiare oppure ogni pochi minuti viene aggiunto nuovo materiale?

Il terzo riguarda il feedback. L’insegnante osserva ciò che accade nel gruppo? Offre correzioni? È possibile fare una domanda senza avere la sensazione di interrompere la lezione o rallentare le altre?

Quando questi tre elementi mancano sistematicamente, la difficoltà non può essere attribuita automaticamente all’allieva.

Che cosa può fare concretamente chi si trova in difficoltà

Anche l’allieva può avere un ruolo attivo nel proprio apprendimento.

Può chiedere che un movimento venga ripetuto più lentamente. Può domandare da quale parte del corpo dovrebbe partire. Può provare senza braccia se la coordinazione completa è ancora troppo complessa. Può eseguire il gesto senza musica e aggiungere il ritmo soltanto successivamente.

Può soprattutto concedersi il diritto di non riuscire immediatamente.

L’errore è un’informazione. Mostra quale elemento non è ancora diventato stabile e permette di capire dove intervenire.

Una lezione nella quale non si sbaglia mai probabilmente non è una lezione nella quale si sta imparando qualcosa di realmente nuovo.

Da allieva a insegnante: quello che è cambiato

Guardando indietro, credo che una parte importante del mio modo di insegnare sia nata proprio dalle difficoltà sperimentate durante il percorso di apprendimento.

Essere stata allieva ricorda che dall’esterno molte cose sembrano più semplici di quanto siano realmente. Essere diventata insegnante ha mostrato, invece, quanto sia grande la responsabilità di trovare le parole, i tempi e le modalità che permettano a una persona di comprendere.

Con il tempo ho dato sempre maggiore importanza alla progressione tecnica, alla possibilità di ripetere, alle correzioni individuali e soprattutto all’osservazione.

Perché un’insegnante non dovrebbe vedere soltanto il gruppo che danza.

Dovrebbe riuscire a vedere anche chi, dentro quel gruppo, ha smesso di provare.

Chi cerca continuamente di copiare la persona davanti.

Chi sorride ma appare confusa.

Chi esegue metà movimento e poi si blocca.

Chi non fa domande non perché abbia capito tutto, ma perché teme di essere l’unica a non aver capito.

Sono segnali piccoli. Ma spesso raccontano molto.

Ed è anche per questo che oggi considero particolarmente prezioso il lavoro in gruppi contenuti: permette di osservare, correggere e adattare maggiormente la spiegazione, senza perdere quella dimensione collettiva che rende così particolare l’esperienza della danza.

Non si tratta di abbassare il livello

Rallentare non significa rinunciare alla tecnica.

Correggere con rispetto non significa evitare la precisione.

Adattare una spiegazione non significa pretendere meno.

Al contrario, un insegnamento progressivo consente di lavorare sulla tecnica in maniera più consapevole, perché il movimento non viene soltanto imitato: viene compreso, sperimentato, corretto e infine assimilato.

La danza orientale richiede coordinazione, controllo, mobilità, musicalità e pratica. Non esistono scorciatoie. Ma tra riconoscere che una disciplina richiede impegno e convincere una persona di non essere portata esiste una differenza enorme.

Il compito di una buona didattica sta anche qui: mantenere la complessità della disciplina senza trasformarla in una prova continua del valore personale di chi sta imparando.

Se durante un corso ti sei sentita costantemente indietro, quindi, la domanda non dovrebbe essere soltanto: «Perché non riesco?».

Potrebbero esserci domande molto più utili.

Ho avuto abbastanza tempo per imparare? Il movimento mi è stato spiegato in un modo che riesco a comprendere? Ho ricevuto indicazioni concrete? Posso sbagliare senza vergognarmi? Posso chiedere di ripetere? Vengo seguita oppure sto semplicemente cercando di imitare ciò che vedo?

Sono domande che avrei trovato utili da allieva e che considero ancora più importanti oggi, dall’altra parte della sala.

Perché imparare danza richiede certamente impegno. Ma non dovrebbe richiedere di sentirsi inadeguate.

A volte non serve provare più intensamente.

Serve poter imparare meglio.


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