Noor in una posa di danza a teatro

Danza orientale: la differenza tra copiare un movimento e impararlo

Durante una lezione di danza può capitare di vivere una situazione apparentemente contraddittoria: mentre l’insegnante esegue una sequenza, si riesce a seguirla abbastanza bene; appena però smette di ballare davanti al gruppo, il movimento sembra improvvisamente scomparire.

Le braccia non si ricordano più dove andare, il bacino perde la direzione, il ritmo diventa incerto e quella combinazione che pochi secondi prima sembrava acquisita appare molto meno chiara.

È una situazione che conosco sia dall’esperienza di allieva sia da quella di insegnante e che, con il tempo, mi ha fatto riflettere su una distinzione fondamentale: riuscire a copiare un movimento non significa necessariamente averlo imparato.

L’imitazione è una componente importante dell’apprendimento della danza. Guardare qualcuno che esegue correttamente un gesto permette di osservare forma, ritmo, direzione e qualità del movimento. Il problema nasce quando l’imitazione rimane l’unico strumento disponibile.

In quel caso si può diventare molto abili nel seguire, senza essere ancora realmente autonome nel movimento.

Il corpo segue gli occhi

Durante una lezione, soprattutto nelle prime fasi, lo sguardo tende naturalmente a rimanere sull’insegnante.

L’insegnante sposta il peso e l’allieva lo sposta.

Solleva il braccio e il braccio dell’allieva sale.

Cambia direzione e il gruppo cambia direzione.

Finché il riferimento visivo rimane presente, tutto può sembrare relativamente semplice. Il corpo riceve continuamente informazioni dall’esterno e prova a riprodurle quasi in tempo reale.

Quando però quel riferimento viene meno emerge ciò che è stato davvero compreso.

È un’esperienza che ho conosciuto anch’io come allieva. Alcune sequenze sembravano perfettamente chiare mentre venivano eseguite insieme all’insegnante. Bastava però provare da sola per rendermi conto che avevo memorizzato molto meno di quanto pensassi.

Non era necessariamente un problema di memoria.

Spesso non avevo ancora costruito una vera rappresentazione del movimento: stavo semplicemente rispondendo a ciò che vedevo.

Questa differenza è diventata ancora più evidente quando ho iniziato a insegnare.

Un gruppo può sembrare perfettamente sincronizzato mentre l’insegnante danza davanti alle allieve. Se però ci si ferma e si chiede di ripetere autonomamente lo stesso passaggio, emergono immediatamente incertezze che prima erano nascoste.

Non significa che le allieve non abbiano prestato attenzione.

Significa che seguire e apprendere sono due processi differenti.

Copiare non è sbagliato ma è il primo passaggio

L’imitazione ha una funzione importante.

È uno dei modi attraverso cui apprendiamo nuovi movimenti e permette di costruire un primo modello visivo del gesto. Sarebbe quindi sbagliato considerarla qualcosa da evitare.

Il punto è non fermarsi lì.

Se osserviamo un cerchio del bacino e proviamo a riprodurlo, inizialmente può essere sufficiente cercare la forma generale. Per impararlo davvero, però, occorre progressivamente comprendere altre informazioni.

Da dove parte?

In quale direzione si sviluppa?

Dove si trova il peso?

Quale parte del corpo guida il movimento?

Quali parti dovrebbero rimanere relativamente stabili?

Come cambia il gesto in relazione alla musica?

Quanta ampiezza è possibile controllare?

Queste domande trasformano un’immagine vista dall’esterno in un movimento progressivamente compreso dall’interno.

Ed è proprio qui che, secondo la mia esperienza, inizia il vero apprendimento.

Comprendere il movimento significa sapere che cosa si sta facendo

Nella danza orientale questo aspetto è particolarmente importante perché molti movimenti richiedono isolamenti e coordinazioni che non appartengono abitualmente alla vita quotidiana.

Guardando un movimento del bacino si può avere l’impressione che tutto avvenga semplicemente “muovendo i fianchi”. In realtà possono entrare in gioco trasferimento del peso, flessione e distensione delle ginocchia, controllo del bacino, postura e stabilità della parte superiore del corpo.

Se questi elementi non vengono compresi, l’allieva può riuscire a riprodurre grossolanamente la forma senza acquisire realmente il meccanismo che la produce.

La differenza diventa evidente quando il movimento cambia contesto.

Se è stato soltanto copiato, può funzionare finché viene riproposto nello stesso modo.

Se è stato compreso, diventa più facile modificarne l’ampiezza, utilizzarlo in un’altra direzione, inserirlo in una combinazione differente oppure adattarlo alla musica.

In altre parole, un movimento imparato diventa disponibile.

Non dipende più completamente dalla presenza dell’insegnante.

La psicologia dell’apprendimento motorio: dall’attenzione all’automatizzazione

Anche dal punto di vista dell’apprendimento motorio, acquisire una nuova abilità richiede diverse fasi.

All’inizio il movimento necessita di molta attenzione cosciente. Occorre pensare a dove mettere i piedi, come distribuire il peso, che cosa fare con il bacino e come coordinare le braccia. Ogni elemento occupa spazio mentale.

Per questo nelle prime lezioni può essere difficile aggiungere contemporaneamente anche la musica, l’espressività o una combinazione complessa.

Con la pratica, però, alcune componenti iniziano gradualmente a diventare più stabili. Non è più necessario controllare ogni singolo dettaglio con la stessa intensità e l’attenzione può essere utilizzata per aspetti più complessi.

È un processo fondamentale nella danza.

Prima si pensa: destra, sinistra, sposto il peso, muovo il bacino.

Successivamente il corpo inizia a riconoscere quella sequenza senza doverla ricostruire ogni volta da zero.

Ma perché questo avvenga non basta vedere molte volte il movimento.

È necessario eseguirlo, ricevere informazioni sull’esecuzione, correggerlo e ripeterlo.

Perché scomporre un movimento aiuta a impararlo

Una delle strategie che considero più utili nell’insegnamento è la scomposizione.

Quando osserviamo una danzatrice esperta, vediamo il risultato finale: un movimento continuo, coordinato e apparentemente naturale. Per chi sta imparando, però, può essere molto più efficace togliere temporaneamente quella continuità e osservare come il movimento è costruito.

Prendiamo una semplice combinazione composta da passo, movimento del bacino e braccia.

Presentarla immediatamente nella sua forma completa può obbligare l’allieva a seguire tre elementi contemporaneamente.

Una possibilità diversa consiste nel lavorare prima sul passo, finché il trasferimento del peso diventa chiaro. Successivamente si aggiunge il movimento del bacino. Soltanto quando anche questa coordinazione è sufficientemente stabile si introducono le braccia.

Alla fine si ricompone tutto.

Il movimento completo non è stato semplificato.

È stato reso leggibile.

Questa differenza è importante, perché a volte si teme che scomporre troppo un esercizio significhi rendere la lezione elementare. Nella mia esperienza è vero quasi il contrario: una buona scomposizione consente di arrivare alla complessità con basi molto più solide.

Ripetere non significa fare sempre la stessa cosa

Anche la ripetizione viene talvolta interpretata in modo riduttivo.

Ripetere non significa necessariamente eseguire dieci volte lo stesso movimento nello stesso modo sperando che prima o poi riesca.

Una ripetizione utile ha uno scopo.

Una volta si può prestare attenzione al trasferimento del peso.

La volta successiva alla stabilità della parte superiore del corpo.

Poi alla continuità.

Successivamente al ritmo.

Infine alla qualità del gesto.

Lo stesso movimento viene quindi attraversato più volte, ma con obiettivi differenti.

Da insegnante considero questo aspetto particolarmente importante perché permette di correggere senza sommergere l’allieva di indicazioni.

Se durante un solo tentativo vengono corretti contemporaneamente piedi, bacino, postura, braccia, testa e musicalità, il rischio è che nessuna informazione venga realmente assimilata.

Molto meglio scegliere una priorità.

Consolidarla.

Poi passare alla successiva.

Il feedback serve a capire ciò che da sole non possiamo ancora vedere

Un altro passaggio fondamentale è la correzione.

Quando stiamo imparando un movimento, ciò che pensiamo di fare e ciò che il corpo sta realmente facendo non coincidono sempre.

Si può avere la sensazione di mantenere il peso centrale mentre si è completamente spostate su una gamba. Si può credere di isolare il bacino mentre anche il torace partecipa al movimento. Oppure si può percepire un gesto come molto ampio quando dall’esterno è appena accennato.

Non è qualcosa di strano.

Fa parte dell’apprendimento.

Il feedback dell’insegnante permette proprio di mettere in relazione la percezione interna con ciò che accade effettivamente.

Per questo una correzione individuale, se proposta con chiarezza e rispetto, è molto più di un’indicazione su ciò che è “giusto” o “sbagliato”.

È un’informazione.

Dice al corpo: ciò che stai cercando di fare è corretto, ma prova a spostare il peso un po’ di più; il movimento parte bene, ma le spalle stanno partecipando inutilmente; l’isolamento funziona, adesso riduciamo l’ampiezza e cerchiamo maggiore controllo.

In questo modo la correzione diventa parte del processo di apprendimento, non un giudizio sulla prestazione.

Il momento più utile: quando l’insegnante smette di ballare

Con il tempo ho iniziato a considerare particolarmente significativo un momento della lezione: quello in cui smetto di eseguire il movimento insieme alle allieve.

Può sembrare controintuitivo.

Un’insegnante dovrebbe mostrare, naturalmente. Ma dovrebbe anche sapere quando smettere di farlo.

Se continuo a danzare davanti al gruppo per tutta la durata di una combinazione, posso involontariamente diventare un riferimento dal quale è difficile staccarsi. Le allieve continuano a seguire il corpo davanti a loro invece di iniziare a sentire la sequenza nel proprio.

Per questo, dopo aver mostrato e spiegato, trovo utile lasciare che il gruppo provi autonomamente.

È proprio in quel momento che posso osservare davvero.

Chi conosce la sequenza?

Chi ha memorizzato soltanto l’inizio?

Chi sa eseguire il passo ma perde il movimento del bacino?

Chi continua a cercare un riferimento nelle compagne?

Chi ha compreso il gesto ma si blocca quando arriva la musica?

Sono informazioni preziose perché mostrano dove si trova realmente l’apprendimento.

E permettono di intervenire in maniera molto più precisa.

La musica cambia tutto

C’è poi un ulteriore passaggio che distingue l’esecuzione meccanica dalla danza: il rapporto con la musica.

Un movimento può essere tecnicamente corretto e tuttavia non essere ancora realmente inserito nel ritmo.

Durante le prime fasi dell’apprendimento è normale concentrarsi soprattutto sulla forma. Successivamente, però, diventa necessario comprendere dove quel movimento si colloca musicalmente.

Sul battito?

Tra due battiti?

Con quale accento?

Con quale velocità?

Continua per tutta la frase o deve interrompersi?

Anche qui seguire l’insegnante può nascondere una difficoltà. Finché qualcuno davanti scandisce fisicamente il tempo, il gruppo può muoversi apparentemente insieme alla musica. Quando il riferimento visivo scompare, ci si rende conto se il ritmo è stato realmente ascoltato oppure soltanto seguito attraverso il movimento altrui.

Per questo considero utile alternare momenti differenti: osservare, eseguire insieme, provare senza l’insegnante, ascoltare la musica, riprendere il movimento.

Il corpo deve progressivamente imparare a trovare il riferimento nel ritmo, non soltanto nella persona che ha davanti.

Un piccolo test per capire se un movimento è stato davvero imparato

Esistono alcune domande semplici che possono aiutare a capire se un movimento è diventato realmente proprio.

Riesco a eseguirlo senza guardare continuamente l’insegnante?

So spiegare, almeno in modo semplice, da dove parte?

Riconosco dove si trova il peso?

Posso farlo lentamente?

Posso interromperlo e riprenderlo?

Riesco a eseguirlo sia a destra sia a sinistra, quando il movimento lo prevede?

So ridurne l’ampiezza mantenendone la struttura?

Riesco a inserirlo nella musica senza dipendere completamente da chi danza davanti?

Non è necessario che tutte le risposte siano immediatamente positive. L’apprendimento richiede tempo.

Queste domande servono piuttosto a spostare l’attenzione da un criterio molto superficiale — riesco a stare dietro all’insegnante? — a un criterio più utile: sto iniziando a comprendere ciò che il mio corpo sta facendo?

Copiare velocemente può dare l’illusione di imparare velocemente

C’è un aspetto psicologico interessante anche nel confronto tra allieve.

Chi possiede una buona capacità di imitazione visiva può apparire molto più avanti durante una lezione. Riesce a osservare e riprodurre rapidamente una sequenza, mentre altre persone hanno bisogno di fermarsi e comprenderne i diversi passaggi.

Questo, però, non significa necessariamente che una stia imparando e l’altra no.

Sono modalità differenti.

La persona che procede lentamente può costruire una comprensione molto solida. Quella che copia rapidamente può avere bisogno, in un secondo momento, di consolidare tecnica e autonomia.

Per questo il confronto basato esclusivamente sulla velocità con cui si riesce a seguire una combinazione dice relativamente poco sulla qualità dell’apprendimento.

È un punto che considero importante soprattutto per chi, durante una lezione, guarda le altre e pensa di essere sempre quella che impiega più tempo.

A volte avere bisogno di capire non è uno svantaggio.

Può diventare il modo attraverso cui si costruisce una tecnica più consapevole.

Che cosa può fare concretamente un’allieva

Quando ci si accorge di riuscire a seguire soltanto finché l’insegnante esegue il movimento, si possono utilizzare alcune strategie semplici.

La prima consiste nel distogliere volontariamente lo sguardo per qualche secondo e provare a continuare. Non occorre aspettare di conoscere perfettamente la sequenza. Anche pochi secondi permettono di capire quali parti siano già state assimilate e quali dipendano ancora dal riferimento visivo.

La seconda è ripetere il movimento lentamente. Se una sequenza funziona soltanto alla velocità con cui viene mostrata ma diventa incomprensibile quando viene rallentata, probabilmente alcune componenti devono ancora essere chiarite.

Può essere utile anche togliere temporaneamente le braccia, lavorare soltanto sui piedi o ripetere una singola parte della combinazione.

Un’altra strategia consiste nel provare a descrivere mentalmente ciò che si sta facendo: sposto il peso, apro il bacino, torno al centro. Non deve diventare un meccanismo permanente, ma nelle prime fasi può aiutare a organizzare il movimento.

Infine, è importante chiedere feedback.

Non soltanto: «Lo sto facendo bene?», ma domande più precise: «Il peso è corretto?», «Il movimento parte dal bacino o dalle gambe?», «La direzione è questa?», «Sto muovendo troppo anche il torace?».

Più la domanda è concreta, più utile può diventare la risposta.

Da allieva a insegnante: ciò che ho imparato

Essere stata allieva prima di diventare insegnante mi ha lasciato una consapevolezza che considero ancora oggi fondamentale: ciò che appare evidente a chi conosce già un movimento non è necessariamente evidente a chi lo sta imparando.

Come allieva ho avuto bisogno anch’io di osservare, ripetere, sbagliare, ricominciare e trovare spiegazioni capaci di trasformare ciò che vedevo in qualcosa che riuscivo realmente a sentire nel corpo.

Come insegnante ho imparato che mostrare bene non basta.

Occorre osservare come una persona riceve quell’informazione.

Occorre scomporre quando necessario.

Lasciare tempo.

Correggere.

Ripetere.

E soprattutto permettere all’allieva di arrivare progressivamente a un punto in cui non abbia più bisogno del corpo dell’insegnante per sapere che cosa fare.

Perché il vero obiettivo di una lezione non dovrebbe essere avere davanti un gruppo capace di imitare perfettamente chi insegna.

Dovrebbe essere costruire, poco alla volta, danzatrici capaci di comprendere il proprio movimento.

Imparare significa diventare progressivamente autonome

Copiare fa parte dell’inizio.

È naturale osservare chi insegna, cercare un riferimento e utilizzare il movimento dell’altra persona come guida.

Ma arriva un momento in cui quel riferimento deve diventare meno necessario.

Il movimento deve passare dagli occhi al corpo.

La sequenza deve smettere di essere soltanto qualcosa che si vede e diventare qualcosa che si riconosce.

Il ritmo deve iniziare a essere ascoltato.

La correzione deve trasformarsi in maggiore consapevolezza.

Ed è in quel passaggio che, secondo me, la danza comincia realmente a essere appresa.

Per questo, se durante una lezione riesci a seguire tutto finché guardi l’insegnante e poi ti senti improvvisamente perduta quando devi provare da sola, non significa che tu non sia capace.

Probabilmente sei semplicemente in una fase dell’apprendimento in cui il movimento è ancora legato al riferimento visivo.

La soluzione non è correre più velocemente per riuscire a copiarlo meglio.

È fermarsi abbastanza a lungo da comprenderlo.

Perché c’è una differenza sostanziale tra riuscire a fare un movimento mentre qualcuno te lo mostra e sapere davvero che cosa stai facendo.

Ed è proprio quella differenza che, con il tempo, trasforma una sequenza copiata in una danza che appartiene al proprio corpo.


Comments

Rispondi